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Campioni internazionali

Sharapova: “Tennis, perdonami, ti dico addio”

La superstar russa annuncia la fine della sua carriera con un lunga lettera pubblicata su Vogue e Vanity Fair. A 32 anni e con 5 titoli del Grande Slam nel palmares, sono gli infortuni a fermarla. “Non riesco più a giocare a certi livelli a causa di continui problemi fisici”

di | 26 febbraio 2020

Un addio di classe per la tennista più fascinosa, “cliccata” e seguita al mondo. Maria Sharapova, cinque volte campionessa Slam e volto più glamour del nostro sport, ha annunciato il ritiro dal tennis professionistico attraverso un video pubblicato sui siti di Vogue e Vanity Fair in cui legge una lettera carica di emozioni e ricordi toccanti. Una scelta non casuale per una ragazza che ha vissuto sempre in prima pagina, che ama la moda e che probabilmente continuerà la sua carriera extra tennistica in quel mondo patinato cui appartiene da tempo. 

Il ritiro dall'agonismo era nell'aria. Da qualche mese Maria aveva scelto l'esperienza di coach Riccardo Piatti per un ultimo tentativo di tornare ad essere quella campionessa che divorava la palla a furia di accelerazioni velocissime, ma i problemi fisici non le hanno consentito di ritrovare il suo miglior tennis. Allo scorso Australian Open era stata sconfitta nettamente da Donna Vekic al primo turno, strappando solo sette giochi in 45 minuti, senza mai dare l'impressione di poter entrare in partita.
“È stato un piacere poter giocare qua”, aveva dichiarato dopo il match, una frase sibillina che profumava di addio. E addio è stato, annunciato attraverso una lettera commovente in cui ripercorre alcune delle fasi più importanti della sua vita e carriera. 

“Nel dare la mia vita al tennis, il tennis mi ha dato una vita”, scrive Sharapova in uno dei passaggi più toccanti, “mi mancherà ogni giorno. Mi mancheranno l’allenamento e la mia routine quotidiana: svegliarsi all’alba, allacciare la scarpa sinistra davanti alla destra e chiudere il cancello del campo prima di colpire la prima palla della giornata. Mi mancherà la mia squadra, i miei allenatori. Mi mancheranno i momenti seduti con mio padre sulla panchina del campo d'allenamento. Le strette di mano – nelle vittorie e nelle sconfitte – e gli atleti, che lo sapessero o no, che mi hanno spinto a fare del mio meglio”.

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Maria ha trascorso 28 anni della sua vita rincorrendo una palla ed il sogno di diventare una campionessa, come racconta nel primo passaggio del suo saluto: “Come fai a lasciarti alle spalle l’unica vita che tu abbia mai conosciuto? Come ti allontani dai quei campi su cui ti sei allenata fin da quando eri una bambina, il gioco che ami – che ti ha portato lacrime impossibili da raccontare e gioie indicibili – uno sport in cui hai trovato una famiglia, insieme ai fan che si sono radunati dietro di te da più di 28 anni? È una cosa nuova per me, quindi per favore perdonami. Tennis, ti sto dicendo addio.

"Prima di arrivare alla fine, però, vorrei iniziare dall’inizio. La prima volta che ricordo di aver visto un campo da tennis, era mio padre a giocarci. Avevo quattro anni a Sochi, in Russia, ero talmente piccola che le mie minuscole gambe penzolavano dalla panca su cui ero seduta. Così piccola che la racchetta che ho preso accanto era il doppio di me. Quando avevo sei anni, ho viaggiato attraverso il mondo fino alla Florida con mio padre. All’epoca il mondo intero sembrava gigantesco. L’aereo, l’aeroporto, l'ampia distesa dell'America: tutto era enorme, grande come il sacrificio dei miei genitori”. 

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Un viaggio che sancì l'inizio del suo sogno: “I primi campi su cui ho mai giocato erano di cemento irregolare con linee sbiadite. Nel tempo, sono diventati in terra battuta e dell’erba più bella e curata che i tuoi piedi possano mai calpestare. Ma mai nei miei sogni più sfrenati ho mai pensato di vincere sui palcoscenici più grandi dello sport, e su ogni superficie”.

La prima vittoria a Wimbledon (2004), arrivò presto, inattesa: “Wimbledon sembrava proprio un gran per posto per iniziare. Ero un’ingenua diciassettenne, collezionavo ancora francobolli e non ho capito l’entità della mia vittoria fino a quando non sono diventata più grande, e sono grata di non averlo capito. Il mio vantaggio, tuttavia, non era mai quello di sentirmi superiore agli altri giocatori. Si trattava di sentirmi come sul punto di cadere da una scogliera, questo è stato il motivo per cui tornavo costantemente in campo per capire come continuare a salire”.

Quindi Maria racconta le sensazioni provate anche negli altri Slam, tutti vinti dalla russa, ognuno diverso e speciale: “Gli US Open mi hanno mostrato come superare le distrazioni e le aspettative. Se non potevi gestire il trambusto di New York, l’aeroporto era la porta accanto. Dosvidanya.

L’Australian Open mi ha portato in un posto che non aveva mai fatto parte di me prima – con un’estrema fiducia che alcune persone chiamano sentirsi “in the zone”. Non riesco a spiegarlo, ma era davvero un bel posto dove stare. La terra battuta dell’Open di Francia ha rivelato totalmente tutte le mie debolezze – iniziando dalla mia incapacità di scivolarci sopra – e mi ha costretto a superarle. Due volte. Quello è stato bello”.

Una delle chiavi del suo successo è stata il vivere nel presente e lavorare: “Non ho mai guardato indietro e non ho mai guardato avanti. Credevo che se avessi continuato a spingere e spingere, avrei potuto arrivare in un posto incredibile. Ma non c’è padronanza del tennis: devi semplicemente continuare a soddisfare le esigenze del campo”.

Allo scorso US Open Maria ha iniziato a maturare la decisione di ritirarsi per i continui problemi alla spalla, più volte operata. “Trenta minuti prima di entrare in campo, avevo una procedura per non sentire dolore alla spalla per superare l’incontro. Scendere sul campo quel giorno sembrava una vittoria finale, quando ovviamente avrebbe dovuto essere solo il primo passo verso la vittoria. Condivido questo non per suscitare pietà, ma per dipingere la mia nuova realtà: il mio corpo era diventato una distrazione”.

La lettera si chiude con una finestra su quello che le riserverà il futuro: “Dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna, per competere su un diverso tipo di terreno. Quella voglia incessante di vittorie, però? Non diminuirà mai. Indipendentemente da ciò che ci aspetta, applicherò la stessa attenzione, la stessa etica del lavoro e tutte le lezioni che ho imparato nel mio cammino. Nel frattempo, ci sono alcune cose semplici che non vedo davvero l’ora di vivere: il senso di calma insieme alla mia famiglia. Trattenersi davanti a una tazza di caffè al mattino. Fughe per il weekend inaspettate. Allenamenti, a mia scelta (ciao, lezione di danza!). Il tennis mi ha mostrato il mondo - e mi ha mostrato di che pasta sono fatta. E come mi sono messa alla prova e come ho misurato la mia crescita. E così in qualunque cosa potrei scegliere per il mio prossimo capitolo, la mia prossima montagna, continuerò a spingere. Continuerò ad arrampicarmi. Continuerò a crescere”.  

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