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Campioni internazionali

È Tornato cavallo pazzo Ivanisevic, pronto per la vita da coach

Wimbledon 2001 fu il suo 22° e ultimo titolo. Chiuse un'edizione da romanzo con la prima finale giocata interamente di lunedì nella storia del torneo dal 1922. E' stato al massimo numero 2 del mondo, entrerà nella Hall of Fame nel 2020. E adesso è tornato per allenare...

di | 21 febbraio 2020

Duecentomila persone scendono in piazza a Spalato per abbracciare l'eroe vittorioso. Con loro c'è idealmente tutta la Croazia. Goran Ivanisevic, un simbolo dell'orgoglio nazionale e portabandiera alle Olimpiadi del 1992, ha appena vinto Wimbledon. Battendo Pat Rafter da numero 125 del mondo, diventa la prima wild card e il secondo giocatore peggio classificato a vincere uno Slam nell'era Open.

È il suo 22° titolo, sarà anche l'ultimo. Ha chiuso un'edizione da romanzo con la prima finale giocata interamente di lunedì nella storia del torneo dal 1922. E' stato al massimo numero 2 del mondo, entrerà nella Hall of Fame nel 2020. Torna il numero 2, simbolo di un campione duale, potente ma in fondo insicuro.

Mancino naturale, il suo primo maestro e il primo coach Ladislav Kacer tentano invano di farlo scrivere e giocare con la destra. Ivanisevic comincia a giocare per disperazione del padre Srdjan, insegnante di tecnologia digitale all'Università di Spalato. Il piccolo Goran continua a interrompere un doppio che il padre sta giocando al circolo. Perciò Srdjan gli mette in mano una racchetta e lo invita a giocare contro il muro mentre finiscono la partita.

Tra Goran e il tennis è amore a prima vista. Srdjan venderà anche la casa per incentivare la carriera del figlio, che si fa da subito un nome. Squalificato ai Campionati europei under 14, da junior vince lo US Open in doppio nel 1987 con Diego Nargiso e l'anno successivo si ferma in finale a New York e al Roland Garros.

LA CARRIERA DI IVANISEVIC IN IMMAGINI

La prima finale Slam

L'agente italiano Cino Marchese lo fa firmare a 13 anni per la IMG. Lo avvicina al coach Nikki Pilic, che allora è anche capitano della squadra tedesca di Coppa Davis, poi lo affianca all'ungherese Balasz Taroczy, ex pro che diventa il suo coach a tempo pieno. Ivanisevic entra in top 10 nel 1990, quando vince il primo titolo a Stoccarda e raggiunge la semifinale a Wimbledon contro Boris Becker, che aveva dominato al primo turno del Roland Garros. “Ero il campione in carica, ma lui mi ha fatto il break con quattro vincenti” ha ricordato Becker, “allora ho capito come si erano sentiti i miei avversari quando vinsi Wimbledon a 17 anni nel 1985”.

Due anni dopo, sempre ai Championships, serve 206 ace nel torneo. Con quel suo servizio indecifrabile, lancio basso e scioltezza che si traduce in potenza, si spinge al quinto set della sua prima finale in un Major contro Andre Agassi. Nella sfida tra due campioni capaci di svelare emozioni e pensieri con onestà disarmante, il croato cade sul suo ultimo metro: due doppi falli, un passante subìto, una volée accomodata in rete nell'ultimo game portano Agassi al suo primo titolo Slam.

La guerra e la famiglia

Ma quando c'è da giocare per la nazione, non c'è battaglia che non valga la pena combattere. Ha anche pensato di farlo sul serio, di lasciare lo sport e unirsi all'esercito allo scoppio della guerra nei Balcani. Si limita a non giocare la semifinale di Davis del 1991 per la Jugoslavia che ormai non esiste più e convincersi che la racchetta è la sua arma migliore per difendere l'orgoglio croato.

Ai Giochi di Barcellona, sotto un caldo opprimente, sulla terra che non è esattamente la sua superficie migliore, vince quattro partite di fila al quinto set, un caso senza precedenti nell'era Open: il premio è una medaglia di bronzo. Dal 1993, gioca per la Croazia anche in Coppa Davis: vincerà 32 incontri su 43 (20-6 il suo record in singolare). È l'unico ad aver sconfitto Thomas Muster sul rosso nella storia della manifestazione: ci riesce nell'aprile 1997, l'anno in cui diventa numero 2 del mondo.

Nello sport più egocentrico che esista, Ivanisevic, convinto di poter battere chiunque nelle sue giornate migliori, è un ribelle che ha bisogno di una causa. Gioca per la sua nazione come a lungo ha giocato per la sorella Srdjana, che ha scoperto di essere affetta dal linfoma di Hodgkin.

“I soldi che guadagnavo nei tornei servivano per le sue cure”, ha raccontato in una lunga intervista alla rivista OK nel 2001, ricordando l'emozione per il primo grande assegno della carriera, gli oltre 40 mila dollari per i quarti dell'Australian Open 1989. “Non ho dormito per tutto il volo, avevo paura che qualcuno me lo rubasse”, ha confessato.

I fischi per i troppi ace

Dalla metà del 1991 ha un nuovo coach, l'australiano Bob Brett, che aprirà un'accademia a Sanremo e ha lavorato con Becker e Marin Cilic. Il loro rapporto, decisivo per la sua carriera, si interrompe alla fine del 1995 dopo aver attraversato la sua seconda finale a Wimbledon, persa contro Pete Sampras nel 1994.

“Goran può fare pazzie in campo, ma non è stupido. Era frustrante però cercare di fargli accettare semplici istruzioni tattiche” ha detto Brett al Sunday Times nel marzo 1996. Si tratta dell'inizio dell'anno migliore di Ivanisevic, che vince cinque titoli e completa la stagione con la terza e ultima semifinale in carriera al Masters.

Vince anche a Milano dove l'anno successivo conferma il titolo con un match da record dal finale inatteso. Chiude troppo facilmente, 6-2 6-2 su Sergi Bruguera in 47 minuti. È la finale ATP più veloce nell'era Open. Il pubblico non approva, e dal secondo game del secondo set inizia a fischiare l'imminente campione, che si esibisce nel suo colpo migliore, di cui svela qualche segreto in un'intervista con il magazine Tennis nel 1995.

“Per battere forte, devi essere rilassato, non devi stringere l'impugnatura” dice. “Io non mi concentro su un punto in particolare dove battere. Preferisco comunque servire o al centro o a uscire, comunque vicino le righe. Devo sempre essere pronto a cambiare direzione, perché giocatori come Agassi e Chang diventano sempre migliori in risposta”.

Da Sampras a Wimbledon 2001

Ma è ancora Pete Sampras a fermarlo in finale a Wimbledon nel 1998. Ivanisevic manca due chance per salire due set a zero nel secondo parziale e perde al quinto. In conferenza stampa i giornalisti lo incoraggiano, lui li fredda: “Mi vado a uccidere”. È un uomo 'di umori cangianti e nessuna scrittura', capace di distruttive giornate nere e settimane di accecante luminosità tennistica. Sa essere involontariamente terribile e incontrollabilmente affascinante.

La finale di Wimbledon del 1998 sembra l'inizio della fine, perché un perdurante infortunio alla spalla sinistra ne condiziona i risultati fino al 2001. Ha bisogno di un invito degli organizzatori, infatti, per entrare in tabellone ai Championships: la sua classifica di numero 125 del mondo non gli garantisce un posto nel main draw.

Ha preparato Wimbledon come nessun altro prima. Ha completamente staccato per un mese, che ha passato a casa a Spalato. È andato in barca e in trasferta con i tifosi dell'Hajduk Spalato a Varazdin per seguire la sfida, poi vinta, contro il Varteks, e festeggiare il primo titolo in sei anni nel campionato croato della sua squadra del cuore.

Eroe nazionale

A Wimbledon, dice, non gioca un solo Ivanisevic. C'è il Goran buono, il Goran cattivo, e il Goran 911 per le chiamate d'emergenza. È sempre scaramantico, comunque. Se nel 1992 ha mangiato sempre le stesse cose nello stesso posto, stavolta la routine quotidiana prevede guardare per un quarto d'ora i Teletubbies. Tinky Winky, il pupazzo viola che lo diverte particolarmente, gli porta fortuna. Batte Andy Roddick al terzo turno, Greg Rusedski al quarto, Marat Safin nei quarti e Tim Henman in una semifinale che dura cinque set spalmati in tre giorni.

Con lui, c'è tutta la famiglia. Papà Srdjan, che praticamente non l'aveva seguito dal vivo nell'ultimo anno e mezzo, mamma Gorana che ha subìto cinque operazioni per un cancro al seno e non guarderà la finale nemmeno in televisione, la sorella Srdjana. Il trionfo matura dopo il quinto set più lungo in una finale di Wimbledon, 9-7 contro Rafter, e dopo aver mancato tre match point nell'ultimo game.

“Dio mi sta mettendo alla prova” pensa. Poi si scioglie nell'abbraccio, nella gioia per un'impresa da leggenda. Diventa un eroe nazionale, festeggia con la maglia dell'amico Drazen Petrovic, stella del basket NBA e simbolo dell'orgoglio croato morto in un incidente stradale nel 1993. “Adesso posso anche non giocare più”, dice in conferenza stampa, “è la fine del mondo. Qualsiasi cosa farò nella vita, dovunque andrò, sarò per sempre un campione di Wimbledon”. Sarà anche il primo croato nella Hall of Fame.

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