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Campioni internazionali

Ecco l’imprevedibile Bublik: un po’ gattone e un po’ Kyrgios

Il russo naturalizzato kazako (per motivi economici) gioca un tennis tutto suo, alternando accelerazioni violentissime e morbidi tocchi. Dormirebbe 12 ore al giorno e ha sette tatuaggi. Ama giocare a tennis ma odia tutto il contorno: oggi sfida Tsitsipas

di | 22 febbraio 2020

Singolare, individualista, imprevedibile, fantasioso, pazzo, come solo un russo sa essere, Alexander Bublik si fa notare a Marsiglia a spese di Denis Shapovalov, 20enne biondo genio canadese di bandiera ma ennesimo figlio della fantasmagorica NextGen tennistica della grande madre terra di Russia. Che include ai giorni nostri il 24enne Daniil Medvedev, il 23enne Karen Khachanov ed i coetanei 22enni, Andrey Rublev e Sascha Zverev (tedesco di bandiera, però figlio di due russi).E in qualche modo anche Bublik.

Alexander, nato a San Pietroburgo, è targato Kazakistan per ripicca verso la federtennis di Mosca, sostiene lui, e comunque anche per soldi, conoscendo le abitudini del magnate di Astana, Bulat Utemuratov. E come ha appena confermato lui al quotidiano sportivo l’Equipe: “Io odio il tennis con tutto il cuore, detesto ogni giorno che devo giocare, se lo faccio è solo e soltanto per guadagnare tanti soldi, altrimenti mi sarei già ritirato”.

Anche se in realtà, il suo pensiero è più profondo: “Adoro questo sport, adoro colpire la palla, a fine carriera, sono sicuro che continuerò a colpire migliaia di palle. Penso che morirò giocando a tennis. Ma essere un giocatore professionista, affrontare nuovi avversari ogni giorno, anche se provi dolore ovunque, è difficile. Non puoi mai dire: “Non mi sento bene, quindi non gioco”. Se lasci la ragazza, se divorzi dalla moglie, devi comunque andare a giocare, e quando perdi, tutti ti chiedono perché è successo, e tu vorresti solo mettergli la racchetta in mano per vedere se loro saprebbero fare meglio. È questa parte del tennis che odio”.

Anche se non rinuncerebbe mai alla sfida individuale: “Non sono un giocatore di squadra, anzi, do proprio il peggio nella competizione di quel tipo. Sono stato cresciuto per essere un guerriero solitario. Anche se adoro giocare la Davis, se potessi, mi presenterei solo all'ultimo minuto, il giorno prima della partita, per saltare tutto quello che c’è prima”.

Cinico? Sì, cinico: "Noi russi siamo tutti un po’ così. Ricordatevi quello che Daniil Medvedev ha detto alla folla di New York che lo fischiava agli ultimi Us Open: “Siamo giocatori russi, siamo duri, più mi fischiate più energia mi date. Se vinco è proprio grazie a voi”.

Sasha è un personaggio molto particolare già dal fatto che a due anni papà Snalisav gli ha messo in mano una racchetta da tennis, invece di portarlo con lui nella palestra di basket dove insegnava.

Nelle note caratteristiche della Bibbia ATP ha sottolineato che tifa per i Golden State Warriors Nba, ma che il suo idolo è LeBron James, che il libro preferito è l’Amleto, la città che più ama sul Tour è Miami, il torneo Montecarlo, il colpo che più lo esalta è il servizio e la superficie è il cemento, la sua qualità migliore è dormire (anche 16 ore difilate) e la peggiore è cucinare, adora il salmone così come a scuola adorava la storia, gli piace far bisboccia (come qualsiasi russo che si rispetti) almeno quanto giocare a ping-pong e a basket, e ha la sua Gatchina, a un passo da San Pietroburgo tatuata addosso come il protagonista di “Prison Break".

Del resto, non è l’unica mappa che Bublik ha sul corpo, c’è anche quella di vita, le frasi di Eminem, il re del rap, che rilegge spesso in campo sull’avambraccio sinistro: “Always be a leader, not a follower”, “Sii sempre un leader, non un seguace”, mentre sul braccio destro ha scritto: “Non mi spezzerai. Mi renderai semplicemente più forte di quello che ero”. In tutto, ha sette tatuaggi, “ognuno per un momento importante della mia vita”.

Nato sotto il segno zodiacale dei creativi Gemelli, alto 196 centimetri con un servizio che spacca spesso e una risposta che spacca a intermittenza, ma che può essere davvero annichilente, Sasha ha sorpreso tutti già a 18 anni quand’ha scalato 755 posizioni in classifica in un anno, e poi, al primo match negli Slam, agli Australian Open 2017, dopo aver superato le prime qualificazioni di sempre in un Major, ha eliminato Lucas Pouille, facendosi notare a casa sua, al torneo di Mosca, volando dalle qualificazioni fino ai quarti.

“Il problema era sempre la testa, prima contavo troppo i punti del classifica: “Quanti ne faccio se vinco o perdo lì”. E mi mettevo troppa pressione prima della partita: “Devo vincere questo match, voglio vincere questo torneo”.

Col suo gioco difficile e creativo, fatto di palleggi lenti alternati ad accelerazioni violente, condite da smorzate melliflue ed angolazioni inedite, votato allo spettacolo, terrorizzato dalla noia, con uno slow motion che ricorda tanto “Gattone Mecir”, lo slovacco che pennellava meraviglie a fine Anni Ottanta, non ha avuto vita facile nel venir fuori, fra tornei minori e qualificazioni dei maggiori, e spesso cade ancora nella trappola dell’autocompiacimento, eccedendo negli adorati “tweeners” (colpi in mezzo alle gambe n.d.r) e nei servizi dal basso alla Nick Kyrgios. Che, non a caso, è uno dei colleghi che apprezza di più, come il connazionale Rublev e quel ‘pazzo’ dell’australiano Tomic.

“Mi è anche capitato di giocare con la mano sinistra o esagerare con le palle corte”. Molti storcevano la bocca, tanti facevano spallucce, altri ancora temevano che sarebbe rimasto un altro talento incompiuto come l’amico Dolgopolov. Non il suo manager, Corrado Tchabuschnig (lo stesso di Matteo Berrettini e Lorenzo Sonego n.d.r.), che ha sempre creduto in lui: “Prima o poi, metterà insieme tutto, vedrete”. Anche perché Sasha s'è fermato bruscamente, nel 2018, quando s’è rotto una caviglia nelle qualificazioni di Indian Wells, s’è fermato due mesi ed è dovuto ripartire pian pianino dai tornei minori e dalle sue battaglie personali con un arsenale vastissimo da cui tirar fuori ogni volta il colpo giusto al momento giusto. “Rompermi la caviglia mi ha fatto molto pensare: “Devo lavorare sodo per essere competitivo e ottenere sempre di più, quindi è per questo che lavoro duro ogni giorno cercando di avere successo. Pensando solo a far contento me stesso e a intrattenere e divertire me stesso. In fondo, alla fine della giornata, devi solo colpire la pallina gialla, e vincere, anche giocando male, accettando di giocare male, ma trovando comunque il modo per vincere la partita”.

 

L’anno scorso è rientrato fra i top 100 grazie al sesto urrà Challenger, ha raggiunto la prima finale “250” (persa a Newport contro Isner), agli Us Open ha vinto per la prima volta due match di fila in 5 set, rimontando l’italiano Thomas Fabbiano da due set a zero sotto, raggiungendo per la prima volta il terzo turno in uno Slam, qualificandosi alla seconda finale (persa a Chengdu contro Carreno Busta), poi quest’anno ha abbandonato i Challenger.

Non ha brillato fino a Marsiglia, dove ha infilato Fucsovics, Paire e Shapovalov e  sfida Tsitsipas, migliorando la classifica record di numero 48 di ottobre, e magari lanciando finalmente quella carriera che il suo talento gli prometteva già anni fa.

Sasha è cresciuto ad Halle, in Germania, insieme a Gilles Simon, “un amico, anche se il suo gioco è uno dei più noiosi”, e i campi veloci sono quelli che preferisce: tutto va estremamente veloce come al torneo di Mosca 2016 quando eliminò a sorpresa il numero 13 del mondo Bautista Agut: il tempo sembra tornato indietro, Shapovalov che ha battuto a Marsiglia, è numero 15.

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