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Campioni internazionali

Kim Clijsters battuta. Ma fa ancora paura... 

36 anni, madre di tre figli, la belga non gioca un match ufficiale di singolare dal 29 agosto 2012. Il suo tempo si è fermato su una risposta lunga di rovescio contro la britannica Laura Robson che ha interrotto la serie di 22 vittorie allo Us Open. Torna in campo oggi a Dubai: la sorte le messo di fronte un'avversaria tosta come la spagnola finalista a Melbourne

di | 17 febbraio 2020

“La vita è una questione di momenti, non di traguardi. Concentrarsi per raggiungerli conta, ma non dimenticate di divertirvi”. Kim Clijsters ha scelto questa (sua) frase per accogliere chi visita il sito ufficiale. La belga è il manifesto di un approccio all'esistenza per cui è bello essere persone importanti ma è ancora più importante essere belle persone (Federer dixit).

Nel discorso che ha celebrato l'ingresso nella Hall of Fame, ha racchiuso il senso del suo rapporto con il tennis in tre parole: niente sole, cuore, amore, però. Ha parlato di ottimismo, dedizione e passione. Ha firmato un autoritratto degno dei grandi pittori fiamminghi, la sua stessa terra. Un'immagine apparentemente semplice, in cui niente è fuori posto, tutto ha un senso e l'insieme apre a inattese complessità.

Con lo stesso spirito, per sfidare se stessa e senza niente da dimostrare, torna oggi nel circuito dal torneo Wta di Dubai (il suo match in diretta alle 16.00 su SuperTennis) . Le hanno offerto una cortese wild card ma la sorte le ha riservato un'avversaria 'pesante': la spagnola Garbine Muguruza, recente finalista agli Open d'Australia. Subito una prova del fuoco, un confronto che potrebbe risultare impietoso. Oppure rilanciarla immediatamente nel tennis che conta.

Oggi madre di tre figli, non gioca un match di singolare, esibizioni a parte, dal 29 agosto 2012. Il suo tempo si è fermato su una risposta lunga di rovescio contro la britannica Laura Robson che interrompe la serie di 22 vittorie di fila allo Us Open. Qualcosa di lei è rimasto su quella panchina dove ha continuato a fissare il vuoto con le mani dietro la testa dopo il “game, set and match”. Veniva da una serie di 22 vittorie e tre titoli di fila nelle ultime tre occasioni in cui aveva giocato il torneo: 2005, il suo primo major; 2009, quando diventa la prima mamma campionessa Slam dai tempi di Evonne Goolagong (Wimbledon 1980); e 2010. “Sentivo che mi sarebbe piaciuto chiudere a New York, per tutti i bei ricordi, perché c'erano mio marito e la mia famiglia. Dentro di me sapevo che non ne avevo più”.

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Il tempo cambia le prospettive

Il tempo, però, cambia le prospettive. Ogni fine nasconde un inizio, in questo caso la terza stagione di una carriera che sembra la sceneggiatura di una serie tv, tutta colpi di scena, forti rivalità, amori discussi e finali aperti. “Guerre stellari” applicato allo sport. Le sue le ha combattute in parte contro le sorelle Williams, visto che è l'unica ad averle battute entrambe per due volte in uno stesso torneo, e in parte contro Justine Henin, l'altra regina (tennistica) del Belgio.

Due opposti quasi perfetti: potente, solare, fiamminga, Kim; elegante, spigolosa, vallone, Justine. Clijsters ha vinto 13 sfide su 25, compresa la finale dei WTA Championships 2002, il suo primo Masters. Henin però l'ha battuta tre volte su tre nelle finali Slam. La più amara all'Australian Open del 2004. Nel terzo set una volée di Kim, su una palla break in suo favore, viene chiamata fuori. A molti sembra buona, ma Clijsters non fa polemica: non è un punto o una palla, dice, a cambiare l'esito di una partita.

Numero 1 in singolo e doppio

Clijsters, più di Justine e delle sue grandi rivali, ha dimostrato che il tennis può non essere solo uno sport individuale. L'ha trasformato in un'attività di famiglia, di comunità. Suo padre, Leo Clijsters, ha giocato due Mondiali da calciatore con il Belgio e vinto la Coppa delle Coppe del 1988 con il KV Mechelen. Sua madre, Els Vandecaetsbeek, è stata campionessa nazionale di ginnastica artistica. Kim, dopo la love story con Lleyton Hewitt finita a un passo dal matrimonio, ha sposato un giocatore di basket, Brian Lynch, che in quel momento gioca da guardia a Bree, proprio dove è cresciuta. Si sposano in una saletta del comune, come una coppia normale.

Ma Kim, che ha alle spalle 41 titoli di singolare e 20 settimane da numero 1 del mondo spalmate tra 2003, 2006, 2011, conosce la normalità solo come forma prolungata di un'eccezionalità non ostentata come un vanto. Esplosa nel 1999 con il terzo turno a Wimbledon, due anni dopo gioca la sua prima finale Slam, al Roland Garros contro Jennifer Capriati, che vince 12-10 al terzo set: quei 22 game mettono alla prova la capacità di confrontarsi col trionfo e la sconfitta.

Clijsters dalla sconfitta risale. Vince i WTA Tour Championships del 2002 e l'11 agosto del 2003 si sveglia numero 1 del mondo. Una delle sei dal 1975 che sia riuscita a essere in vetta alla classifica contemporaneamente in singolo e doppio. È il suo anno di gloria. Gioca 21 tornei: solo a Toronto perde prima delle semifinali. Vince nove titoli in 15 finali, è la prima a raggiungere 90 vittorie in stagione dopo Martina Navratilova nel 1982 e la prima a giocarne più di 100 (90-12 il suo record) dopo Chris Evert nel 1974.

L'arrivo di Jada, il ritorno in campo

La sua è una storia di arrivi e partenze, di pause e riprese, di assenze e mancanze. Salta quattro Slam dopo la finale dell'Australian Open 2004 per un infortunio al polso sinistro. Ma nel 2005 vince nove titoli, compreso il suo primo Major allo Us Open. Rimonta da sotto 6-4 4-2 contro Venus Williams nei quarti, poi supera Maria Sharapova e Mary Pierce. Due anni dopo, per la prima volta, lascia il tennis, prima dei 24 anni. Il polso sinistro fa troppo male.

Il 27 febbraio 2008, Kim annuncia la nascita di Jada Elle, la prima figlia. È un periodo strano: al settimo mese di gravidanza suo padre scopre di avere un tumore ai polmoni. Morirà il 4 gennaio 2009, dopo il ritiro dal tennis di Justine Henin. Kim e il padre hanno in comune piccole scaramanzie legate al numero 1, che resta lì sospeso come un filo da riannodare finché Tim Henman, Steffi Graf e Andre Agassi non la convincono a partecipare all’esibizione per inaugurare, il 17 maggio 2009, il nuovo tetto sul Centrale di Wimbledon. Kim riprende in mano la racchetta, si allena e torna la voglia. Giocherà ancora.

L'addio che diventa arrivederci

Si ripresenta ad agosto e dopo tre tornei, senza classifica, vince lo Us Open. Prima della semifinale contro Serena Willliams, mentre torna in hotel dopo l'allenamento, dalla radio dell'auto parte una canzone di Barry White, la stessa suonata al funerale di suo padre. Un regalo del destino. Clijsters vince, mentre Serena si infuria e minaccia di far scorrere la pallina giù per la gola della giudice di linea. Poi in finale batte anche Caroline Wozniacki. Pure Jada, con i suoi ricci di bambina curiosa, gioca con il trofeo: è il manifesto di una bella famiglia in carriera.

Kim Non si ferma più. Rivince a New York l'anno dopo e all'Australian Open nel 2011, in finale contro Li Na, che gioca contro 15 mila avversari sulle tribune della Rod Laver Arena. "Adesso potete davvero chiamarmi Aussie Kim - dice ai giornalisti che le ricordano i tempi del fidanzamento con Hewitt - perché ora ho vinto questo torneo". A febbraio sarà di nuovo numero 1 del mondo.

Ma non difenderà il titolo allo US Open nel 2011. Si è infortunata alla caviglia in un ballo, durante un ricevimento per un matrimonio. L'ultima appendice è un saluto intriso di ricordi e non di rimpianti. L'addio, dopo la nascita di altri due figli, si trasforma in un arrivederci. Perché se la gente lo sa che sai suonare, poi suonare ti tocca per tutta la vita. E ti piace lasciarti ascoltare.

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