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Campioni internazionali

Sofia, un po’ Sharapova, un po’ Hingis e molto Austin

A sei anni, Kenin prometteva che sarebbe diventata numero 1 del mondo. Per ora, ha vinto il suo primo Slam e scavalcherà Serena Williams in classifica.

di | 01 febbraio 2020

Al vertice del tennis, intanto, da lunedì, fra le “top 10”, da neo regina Slam, fra queste giocatrici molto più dotate di Kenin vuoi di talento tennistico, vuoi di potenza, vuoi di centimetri, vuoi di varietà, ci sta degnamente anche la piccola russa trapiantata dai genitori in Florida per inseguire il sogno americano. Ci sta molto di più della meteora Jelena Ostapenko, regina al Roland Garros 2017, perché è il prototipo di altre micidiali lottatrici sotto vuoto spinto del tennis donne, da Arancia Sanchez ad Amanda Coetzer, piccoli tornado che travolgevano avversarie solidissime di ritmo, di cattiveria agonistica, e di intelligenza non solo agonistica. Anche se la giocatrice cui somiglia di più è Tracy Austin, campionessa agli Us Open 1979 e 1981, costretta al prematuro ritiro dai problemi fisici. Soprattutto per la impressionante e prolungata e acutissima capacità di concentrazione. 
La Kenin che supera Muguruza nella finale di Melbourne, senza alcuna esperienza specifica a questi livelli, ad appena 21 anni, con l’enorme pressione delle aspettative della grande America, con tutti quei filmati di quand’era bambina e si faceva coccolare da Kim Clijsters nei tornei, filmati che minacciavano di tornarle contro come un boomerang sgonfiando la sua presunzione, dimostra di possedere freddezza e personalità da prima della classe. Inoltre, come sintetizza un ex come Todd Woodbridge: “Rifiuta la sconfitta”. Che è un’altra dote che non s’insegna. Così come l’attitudine alla battaglia, a prescindere dall’avversaria, esprimendo il meglio di sé. In campo, è proprio una “zanzara”, fastidiosa, insistente, ostinata, fortissima a dispetto delle dimensioni, come la chiamava il primo coach, quel Rick Macci che ha forgiato tante altre bambine prodigio, a cominciare da Jennifer Capriati, per continuare con Mari Sharapova e le due Williams. “Sofia è la più piccola creatura senza paura che abbia mai visto”, diceva anche il super-coach delle terribili teenagers yankee, lasciando intuire che le venisse dall’esperienza personale di immigrata. Dal viaggio della speranza dei genitori proprio per darle un futuro migliore, dalle similitudini con la storia dell’altra figlia della disgregata Unione Sovietica, Maria Sharapova, il cui papà, Yuri, era sbarcato nella terra promessa tenendo con una mano la piccola Masha e stringendo in tasca con l’altra quell’unico pugno di dollari di capitale, esattamente come è successo a papà Alexander con la sua Sofia 11enne che è sbarcato a New York con 287 dollari contati. Regalando entrambe alle figlie una rabbia e una determinazione decisive.
“Io non ho paura, io non mi batto da sola, devi battermi tu”, sembra dire continuamente la bimba che non tira fortissimo e non ha colpi così risolutivi, ma non sbaglia mai scelta, è velocissima di piedi, è sempre in equilibrio nei colpi da fondocampo e ha un rovescio a due mani sigillato dal goniometro. “E’ un muro”, commenta Roberta Vinci all’esordio come telecronista. E’ un computer, aggiungiamo noi, notando come sa reagire alle avversità, come ricetta, come analizza l’accaduto, come fronteggia le palle-break, come s’arrabbia con se stessa dopo un errore, qualsiasi errore.

Con le sue armi, inoltre, Sofia con lo sguardo da dura rivoluziona una teoria che Serena sembrava aver imposto sulla falsariga del tennis maschile: il servizio diventa indispensabile anche fra le donne. Macché! Nella finale di Melbourne, il servizio è diventato un handicap per Muguruza, e la piccola taglia di altre protagoniste, da Halep, da Barty ad Andreescu rilanciano piuttosto le qualità di velocità e coordinazione, l’anticipo e il controllo della palla. Qualità che hanno portato Martina Hingis in vetta alla classifica e agli Slam, prima dell’avvento delle sorelle Williams. Già i padri, i tanto vituperati genitori, tanto contestati dai tecnici tradizionali, sono anche loro fra i vincitori di quest’ultimo Slam. Come sarebbe stata la storia del tennis a stelle e strisce senza Agassi, Sampras e Chang e cosa sarebbe oggi senza Kenin e Anisimova?

Oggi Sofia va fiera del ruolo di “grande speranza del tennis Usa” e non accusa certo la pressione lei che l’anno scorso ha battuto Serena Williams al Roland Garros ed ha vinto il premio WTA di giocatrice più migliorata dell’anno, prima statunitense a riuscirci vent’anni dopo la stessa Serena. Allenata dai 5 ai 12 anni a Boca Raton dove i genitori si sono spostati proprio per affidarla al guru dei bambini, Macci, ha sempre primeggiato in tutte le categorie giovanili, orgogliosa dell’etichetta di “stella nascente del tennis Usa”, anche se poi l’impatto col professionismo non è stato così esaltante. Ed ha avuto bisogno di una crescita modulare, ma costante, transitando per i tornei ITF, costruendosi la classifica WTA a piccoli passi, con le prime vittorie significative contro le top 10 due stagioni fa, Garcia a Maiorca e Goerges a Wuhan, oggi tristemente nota per il virus Corona. Risultati che a fine 2018 l’hanno portata fra le prime 50 della classifica. Proiettandole verso l’esplosione dell’anno scorso, col successo in doppio insieme a Genie Bouchard ad Auckland, e subito dopo al primo in singolare ad Hobart, senza cedere un set ed infilando ancora la Garcia e Schiemdlova, per poi mettersi in mostra agli Australian Open nei tre set e due ore e mezza di battaglia contro Simona Halep. 
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Così ha preso sempre più coscienza di sé e delle sue reali possibilità, e il mese successivo è andata in finale ad Acapulco. Rispetto al 2018, è migliorata anche sulla terra rossa, col terzo turno a Roma (battuta la Keys ha perso con Pliskova) e il quarto a Parigi, superando al primo turno Serena e poi cedendo alla Barty. L’erba le ha rimesso le ali ai piedi. A Maiorca, a casa Nadal, si è aggiudicata il secondo titolo WTA salvando tre match point in finale a un’avversaria ben più esperta come Belinda Bencic. E ha fatto faville nella lunga estate calda sul cemento nordamericano, raggiungendo le semifinali sia a Toronto che a Cincinnati, cedendo sempre contro le future campionesse, Andreescu e Keys, ma soprattutto superando una settimana dopo l’altra, in tutt’e due i tornei, le numero 1 del momento, Osaka e Barty, rinverdendo il record del 2001 di Lindsay Davenport. 
Anche se poi ha pagato gli sforzi arrendendosi al terzo turno degli Us Open contro Madison Keys. S’è ripresa con gli interessi nella campagna asiatica, conquistando il terzo titolo di singolare a Guanbgzhou (superando in finale la veterana Sam Stosur), e poi firmando anche un doppio a Pechino accanto alla specialista Mattek Sands. Ha chiuso poi la stagione disputando sia il Masters delle seconde, a Zhuhai, che, come seconda riserva, quello delle prime, a Shenzhen, perdendo il match contro Elina Svitolina, chiudendo così la stagione da numero 14 del mondo in singolare e 39 in doppio. Pronta, prontissima, a nuove imprese. Nel 2020.  

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