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Campioni internazionali

Dominic alla Wawrinka

Thiem, l'austrico dai capelli mechati picchia forte con una continuità mostruosa e il rovescio a una mano: proprio come Stan, che a Melbourne ha colto il primo Slam e messo in croce Djokovic

di | 31 gennaio 2020

Dominic Thiem è l’avversario più temibile, oggi, per Novak Djokovic nella finale del suo Slam preferito, sul cemento lento di Melbourne, con in palio quel Major numero 17 che lo porterebbe a tre sole tacche dal record di Roger Federer? D’acchito, viene da sottolineare come “Il nuovo Muster” possieda un gioco con meno variabili del miglior Sascha Zverev, quello che però non abbiamo ancora visto, e che quindi ipotizziamo potrebbe essere, sempre e soltanto però se il bambino d’oro dovesse mai accettare le briglie di un super-coach, colmando quindi le evidenti lacune soprattutto sul lato destro. Come insisteva - invano - quell’antipatico di Ivan Lendl, che aveva fatto un analogo miracolo con Andy Murray, ma è stato stato liquidato prematuramente dal troppo tenero papà Zverev.

Il nuovo Muster non è esplosivo sul servizio come l’amico Sascha, non ha la stessa presunzione, mista ad arroganza, che contraddistingue i campioni di razza e la loro folle imprevedibilità, ha più bisogno di cominciare lo scambio per trovare la palla giusta da percuotere in anticipo, è più metodico e ordinato. Però, sta dimostrando di aver acquisito qualità di freddezza e di calma e anche di risettaggio dopo l’ultimo errore, armi che gli hanno concesso di respingere le proprie paure e l’istinto di sopravvivenza di Rafa Nadal nei quarti e di recuperare dopo il primo set contro Zverev in semifinale.

Sono vittorie che fortificano la fiducia e valgono molto di più di quelle ottenute da Djokovic in questo torneo fin troppo facile, nel quale ha dovuto fronteggiare solo i resti di Roger Federer e, nonostante questo, soltanto per un pelo non ha ceduto un primo set che poteva dimostrarsi pericolosissimo. Denunciando ancora una volta di avere un temibilissimo tallone d’Achille nel suo ego arrogante che non lo fa amare dal pubblico in tutto gli stadi del mondo. Tranne forse a Melbourne, per via della folta e orgogliosa comunità serba di immigrati locali.

Djokovic è senza tema di dubbio il migliore di tutti sul cemento, ancor di più su quello della Rod Laver Arena che gli aggiusta la palla all’altezza prediletta per colpire al meglio ed imporre il suo micidiale, robottizzato, forcing a tutto campo. Negli scontri diretti con l’austriaco è avanti 6-4, con una sola sconfitta sul duro, peraltro indoor, e nel Masters di fine anno a Londra dove è arrivato stremato. Ma, a ben guardare, le sue affermazioni specifiche sul cemento all’aperto - sempre che il bizzarro tempo di Melbourne non costringa a chiudere il tetto — si riducono a una sola, a Miami 2016, quando Thiem stava cominciando il duro apprendistato sul campo. Quello che ha fatto nelle ultime quattro campagne sulla terra rossa del Roland Garros dove ha pagato dazio contro Nadal nelle ultime due finali consecutive.

Comunque sia, l’austriaco è stato premiato con la prima finale Slam al di fuori di Parigi grazie ai risultati sul duro nell’ultimo anno, quando si è aggiudicato Indian Wells, Pechino e Vienna, e ha ceduto solo in finale e solo al Tsitsipas caldissimo del Masters di Londra. Sta molto più dentro al campo, serve meglio, usa molto meglio il dritto, sbaglia meno di rovescio. Soprattutto, è migliorato ulteriormente in reattività e velocità, per cui recupera prima l’equilibrio sia di gambe che di braccia, per poter arrivare prima sulla palla e colpire più in fretta. Epperciò, ricorda sempre più l’unico avversario che Djokovic ha davvero subito nei turni avanzati degli Slam, anche lui estremamente potente e con un portentoso rovescio una mano, micidiale, lunghissimo, bassissimo, piatto e velocissimo in lungolinea. Che mette in crisi il lato destro dell’apparato difensivo di Novak, tagliando il campo come un coltello e costringendo il campione di gomma serbo a sguarnire pericolosamente il fronte sinistro.

“Svizzera II”, Stan Wawrinka ha più perso che vinto anche lui contro il formidabile Djokovic (6 successi contro 19 sconfitte) ma, dopo 14 ko di fila, dal 2007 al 2013, l’ha superato nei quarti proprio degli Australian Open 2014, per 9-7 al quinto set, nella finale del Roland Garros 2015 in quella degli Us Open 2016 e nel quarto turno degli Us Open di settembre, sia pur per ritiro.

Cogliendo quindi affermazioni di qualità. E alcune delle sconfitte di “Stanimal” contro “il cannibale” sono state lottatissime, dai cinque set di coppa Davis del 2006 ai due tie-break a Indian Wells 2009 al 12-10 al quinto set sempre agli Australian Open 2013 ai cinque set delle semifinali degli Us Open sempre 2013 e anche degli Australian Open 2015.

Significa che, anche sul cemento, Djokovic subisce quel tipo di avversario, ancor di più se, come Wawrinka e Thiem, quando i suoi proiettili colpiscono il segno, si carica, moltiplica i tentativi e porta dalla sua parte anche il pubblico. Che, ancor più che con “Stan the man”, presumibilmente, tiferà per il più giovane, il nome nuovo, il ragazzo coi capelli “mechati” di biondo che non conosce ma che vede più simile alla gente d’Australia, così tanto “easy going”.

Se queste condizioni si dovessero realizzare, se Thiem prenderà coraggio e rischierà, come reagirà quell’ego diavoletto e ribelle che anima l’animo orgogliosissimo del campione che non si sente amato ed apprezzato in giusta misura, e non tralascia occasione per rimarcarlo anche polemicamente al mondo intero? Come vivrà quegli ulteriori momenti di frustrazione lui che compete alla pari con Federer e Nadal per l’immortalità tennista, e sportiva?

Lo scopriremo solo vivendo.

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