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Campioni internazionali

Gulbis, il principe che ha perso le… scarpine

Figlio di un magnate dei media e dell’energia (e di un’attrice) il grande talento bohemien lettone ogni tanto si risveglia e ricorda a tutti quello che poteva essere e non è stato. A Melbourne è n.256 del mondo e ha un solo paio di scarpe. Ma come gioca…

di | 23 gennaio 2020

Si è presentato a Melbourne senza uno sponsor per l’abbigliamento e con un unico paio di scarpe. L’altro s’era disintegrato durante il challenger di Noumea. Atterrato dalla Nuova Caledonia, Ernests Gulbis ha perciò trascorso la prima giornata australiana chiamando “otto negozi di sport diversi” prima di trovare un paio di scarpe numero 46. “Sembravano introvabili. E quelle di Thiem erano troppo piccole”.

Nonostante indossasse una maglietta bianca da circolo e delle calzature comprate all’ultimo momento, il Principe di Jurmala dal diritto dadaista si è letteralmente fumato le qualificazioni – a parte la dormita di un set contro Federico Coria – quindi nel main draw ha battuto Auger-Aliassime (che lo precede in classifica di 234 posti) e Aljaz Bedene, che gli è avanti di 201 posizioni, qualificandosi per la prima volta in carriera al terzo turno dello Slam australiano.

Precipitato alla casella numero 256 del ranking ATP, il genio baltico col nome di Hemingway e che down under ha sempre sofferto il caldo, è atteso da un match con Monfils sulla carta da leccarsi i baffi. E intanto ha rifilato allo sloveno un 75 63 62 tutt’altro che inaspettato, almeno per lui.

“Nonostante la classifica mi sentivo favorito, per questo sono sceso in campo piuttosto nervoso. Non è la prima volta che mi capita… ricordo quando a Roma superai Federer (era il 2010 e Gulbis si aggiudicò quel match dopo aver sprecato un mucchio di match point, dichiarando poi alla stampa che si era ‘ca**to sotto’ ndr) e il giorno dopo scesi in campo tesissimo contro Volandri. Per questo la partita fu durissima”.

Proprio gli appassionati italiani avevano imparato a conoscerlo due anni prima, in una sfida di Coppa Davis a Montecatini, e almeno nel Bel Paese non era stata una sorpresa vederlo raggiungere i quarti a Parigi a 19 anni e persino mettere sotto Nadal sulla terra battuta.

Al nervosismo di sempre, l’Ernests di oggi ha aggiunto anche l’emotività. “Sarà la paternità o sarà l’età, ma dopo il successo al primo turno su Felix mi sono messo a piangere. E mi sono venute le lacrime agli occhi anche quando durante il primo turno delle qualificazioni ho visto un francese – Lestienne – commosso in campo per aver vinto la sua partita. La stessa cosa mi è successa anche un anno e mezzo fa, quando a Wimbledon ho battuto Sascha Zverev”.

In quella circostanza, il 31enne lettone aveva detto che stava passando l’ultimo treno per rimettere insieme i cocci di una carriera buttata nella pattumiera a causa di donne e alcol, che assieme a un physique du role da dandy lo avevano trasformato nell’icona del talento sprecato. Nella top 10 Gulbis c’era anche finito nel ‘14, grazie ad un’estemporanea semifinale al Roland Garros, poi però era finito nuovamente risucchiato nel Nulla.

“Ne dico talmente tante, forse qualche volta farei meglio a stare zitto – scherza il tennista che aveva bollato come noiosi i Fab Four - Evidentemente il treno aveva un sacco di carrozze. E comunque la verità è che adesso ci metto più tempo a recuperare, ma fisicamente e atleticamente mi sento bene. Ho svolto un’ottima preparazione per due mesi e prima del torneo ho giocato con Lu, che a 38 anni è ancora integro e pieno di stimoli. Anche io credo di avere 5 anni di tennis davanti a me. L’importante è tornare il prima possibile tra i primi 100 e uscire in fretta dal purgatorio dei challenger. Ce ne sono alcuni organizzati molto bene, altri in cui il livello non è all’altezza, dai giudici di linea alle infrastrutture. Non voglio passare per quello viziato che vuole andare negli alberghi di lusso, ma mi è capitato che invece della trasportation mi abbiano messo a disposizione un pulmino da condividere con altri passeggeri e che ha girato per 3 ore per andare dall’aeroporto al circolo. Quando avevo 18 anni poteva andare, ma adesso non posso perdere tempo in cose del genere. Ormai ho una famiglia”.

Quando gli chiediamo se si dica mai che tutto questo ben di Dio buttato alle ortiche sia interamente colpa sua, Ernests tira fuori il tono da maître à penser e specifica: “Colpa non lo so, responsabilità sì. Questo è bello del tennis, questo è il motivo per cui amo questo sport. Non ci sono molti altri ambiti della vita nei quali sei padrone delle tue azioni: qui invece ottieni direttamente in base a quanto semini. E impari molto del senso della vita”.

Ogni paio di anni Gulbis manda una cartolina per ricordare al mondo del tennis che anche lui esiste. E ogni paio di anni il mondo del tennis risponde che sarebbe bello sentirsi più spesso.

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