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Campioni internazionali

Spunti di vista - “Tornerò l’anno prossimo?”

“Certo, lo sto già programmando”. Cade ancora ma non molla Sam Stosur, la più forte giocatrice australiana dell’epoca moderna, vincitrice finalista a Parigi, vicitrice a New York che però è un flop a casa propria. Infatti è uscita un’altra volta al primo turno

di | 20 gennaio 2020

Sam Stosur è a fine carriera. A quasi 36 anni, da 92 del mondo, dopo essere stata numero 4 nel febbraio 2011, sulla scia della finale persa al Roland Garros 2010 (quella storica di “nostra signora dello Slam”, Francesca Schiavone) e di quella vinta agli Us Open 2011 (clamorosa, contro la stra-favorita Serena Williams). Il suo acme nel torneo di casa, gli Australian Open, la muscolata ragazza di Brisbane l’ha espresso approdando appena agli ottavi nel 2006 e nel 2010. Aggiudicandosi comunque il doppio l’anno scorso a Melbourne, dopo quelli degli altri Slam, agli Us Open 2005 e al Roland Garros 2006, a testimonianza del numero 1 di specialità che ha raggiunto nel 2006.

In realtà, come sanno tutti, negli spogliatoi, a Sam Stosur è mancato sempre qualcosa, dentro, nell’anima, nella cattiveria agonistica, più che tecnicamente, nei colpi. Dove sfodera servizio e dritto e va volentieri e con profitto a rete a chiudere il punto. E’ evidente che a una ragazza così delicata anche nei rapporti interpersonali, così intimamente legata alla ex collega e connazionale Rennae Stubbs, la super-pressione del pubblico di casa ha sempre fatto un effetto negativo.

Troppa la pressione, troppa la voglia di riecheggiare le imprese della mitica Margaret Smith Court detentrice di 24 Slam di singolare, di cui addirittura 11 nel Major di casa, cui aggiungere il Grande Slam di singolare che ha chiuso nel 1970, più gli altri 19 titoli nobili di doppio donne e i 21 di misto, per un irraggiungibile totale di 64 Majors. Non dev’essere facile convivere con una simile leggenda. Peraltro quando la numero 2 nella hit-parade delle tenniste più vincenti d’Australia, Evonne Goolagong, coi 7 Slam di singolare, 6 di doppio e un misto, è anche più amata, come campionessa umana, testimone della autoctona popolazione aborigena annientata dagli immigrati “down under”.

 

Povera Sam, non può gareggiare con le eccellenze di casa del passato. Non col suo bottino di 38 titoli Wta, tutto compreso, che ha ammassato in carriera. Nè può confessare la sua inquietante inadeguatezza a confronto di quei mostri sacri della storia del tennis mondiale. Fantasmi imbattibili che tornano imperiosamente a galla ogni qual volta si ripresenta nello Slam di casa.Così, immancabilmente, delude soprattutto se stessa, prima ancora che i tifosi. 

E, proprio come l’anno scorso, e come anche nel 2018, 2017 e 2016, cioè negli ultimi cinque anni consecutivi, Sam perde e si perde già al primo turno, passando dal 7-5 6-2 contro la promettente picchiatrice Dayana Yastremska al 6-1 6-4 contro la piccola statunitense Caty McNally, appena 124 del mondo.

Del resto, ha salutato tutti già all’esordio nel 2002, e il suo curriculum a Melbourne sciorina un deludente terzo turno nel 2003, un secondo nel 2004, ancora un primo nel 2005, ottavi nel 2006, secondo turno nel 2007, rinuncia nel 2008, terzo turno nel 2009, ancora ottavi nel 2010, e quindi ancora terzo turno, primo, secondo, terzo e secondo fino al 2015. Quando gli Australian Open per la povera Stosur sono diventati un incubo e quindi un’automatica eliminazione d’acchito.

 

Certo che i giornalisti australiani sono perfidi assai. Le chiedono nella conferenza stampa di prammatica: “Hai lavorato duro, ma hai avuto spesso molti problemi nei primi turni, soprattutto a casa. E’ duro perdere ancora così presto nel torneo?”.

Lei risponde con voce sottile: “Certo che sì, è dura. Altrove, per qualche ragione, per me sembra più facile”. Insistono: “Pensa che per un australiano giocare in Australia renda le cose più difficili, pensa che ci sia una super-pressione?” A lei, proprio a lei, famosa per liquefarsi appena vede Melbourne Park?

E’ già brava a rispondere: “Ma no, non penso che sia questo il problema. Certo è un po’ diverso questo torneo, non c’è dubbio. Penso che l’avvertano tutti i giocatori australiani. E per qualcuno diventa un po’ più difficile da sostenere”.

Si ribella, quasi, orgogliosa: “Non voglio usarla come scusa o cose così. Ci sono stati sicuramente anni, in passato, quand’ho sofferto per questo, ma oggi non è questo il motivo. Il problema sono i campi e le condizioni in generale che, cui a Melbourne, sono diversi da qualsiasi altro torneo, qui in Australia. E ogni volta incontro le stesse difficoltà”.

Povera Sam. Davanti ad affermazioni così chiare, altri giornalisti interromperebbero il supplizio e le suggerirebbero una serie di sedute dallo psicanalista. Invece loro si dilungano sul giorno dopo.

“Fortuna che nel tennis c’è subito il giorno dopo, il torneo dopo, la prossima partita e quindi devo giocare il doppio”. Sulla stagione che attende la veterana, sull’Olimpiade di Tokyo, sulle tante giovani ragazze australiane cui fare la chioccia e la salutano, chiedendole se ci sarà o non ci sarà agli Australian Open. Ma certo che ci sarà, per rinnovare la sua sfida al destino, ma soprattutto al suo io soffocato dalla paura.

Come volete che risponda? Tanto, peggio degli ultimi cinque anni non potrà fare, e le aspettative non potranno essere importanti come lo sono sempre state per lei. Che, per 472 settimane, è stata la tennista numero 1 del famoso e vittorioso tennis australiano, dall’ottobre 2008 al giugno 2017. Ma non è mai riuscita a farsi davvero amare e a conquistarsi uno spazio decisivo nella storia tennistica del suo troppo grande paese dal troppo grande passato.

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