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Campioni internazionali

Super mamma & super campionessa: a che prezzo?

Lo abbiamo chiesto alla psicologa, ex atleta ed esperta di tennis, che ha lanciato il blog “Maternità 360”, dopo il primo successo di Serena Williams dalla nascita della figlioletta Alexis Olympia e alla vigilia degli Open d’Australia dove la fuoriclasse Usa rincorre un 24° Slam da record

di | 16 gennaio 2020

Serena Williams è tornata al successo ad Auckland interrompendo un digiuno che durava dall'Australian Open 2017, quando vinse il suo ultimo torneo con in grembo la piccola Alexis Olympia, nata poi a settembre di quell’anno.

È il primo titolo da mamma per Serena, determinata a continuare la sua carriera rincorrendo il 24esimo Slam (arriva a questi Open d’Australia che stanno per cominciare ben preparata e motivata) nonostante i 38 anni compiuti e la figlia da crescere.

Una scelta diversa rispetto a quella di altre sue colleghe, pronte a chiudere l'attività professionistica per il desiderio di metter su famiglia. Coniugare maternità e crescita di un neonato con la dura carriera di una tennista di vertice è una sfida molto difficile, soprattutto quando si cerca di rispettare i naturali tempi di sviluppo del bambino e la voglia di competere della madre. Quali sono le maggiori difficoltà per una mamma-super campionessa? I due ruoli riescono a essere pienamente compatibili? E come?

Lo abbiamo chiesto a Marcella Marcone, psicoanalista e psicoterapeuta, ex atleta (è stata n.1 d'Italia e azzurra di tennistavolo), con esperienze professionali e pubblicazioni nel mondo del tennis, molto attiva nell'universo femminile e attenta al tema, come si capisce immediatamente andando sul blog Maternità 360, di cui è amministratrice.

Dott.sa Marcone, quanto e come cambia una donna con la maternità sul piano fisico e psicologico e quanto è difficile tornare a fare agonismo al massimo livello dopo esser diventata madre?

“La donna con la maternità cambia soprattutto a livello mentale, più che fisico. Il corpo è sottoposto a cambiamenti durante l'attesa e il parto ma, a meno di problemi particolari, non ci sono controindicazioni alla pratica sportiva. Anzi, secondo l'American Pregnancy Association fare attività fisica è raccomandato alla donna incinta ed ancor più dopo il parto per riprendere la propria forma. Piuttosto oggi nella società, e non solo nello sport, c'è la tendenza a non voler rispettare i ritmi “naturali” per accelerare i tempi, questo sia per la crescita dei piccoli che per le madri. La gravidanza è un passaggio normalissimo per una donna, ma porta un sovraccarico di fatica, emozioni e cambiamenti dal punto di vista ormonale; quindi è corretto darsi un po' di tempo affinché il corpo torni al ritmo precedente. È l'aspetto mentale quello più delicato. Mi chiedo come una donna che pratica un'attività agonistica di massimo livello, che ti impegna e stressa enormemente, possa conciliare il voler tornare rapidamente alla carriera con il fatto che un bambino nei suoi primi mesi di vita ha bisogno di tutte le energie della madre”.

Ritiene che una carriera tennistica di vertice non sia conciliabile con la maternità?

“È conciliabile ma, ripeto, ritengo sia importante stare molto attenti ai tempi, sia quelli fisiologici della madre sia, soprattutto, i ritmi di sviluppo del neonato. Se per la neo-mamma la carriera sportiva è sempre stata parte essenziale del proprio vivere, ben venga un ritorno agli allenamenti e quindi all'attività di vertice, in modo che possa ritrovare il proprio equilibrio fisico e mentale, pena attraversare una crisi personale che andrebbe anche ad intaccare la serenità come madre. Ma è necessario non forzare i tempi del rientro. Quando una neo-mamma dedica la maggior parte di sé al ritorno all'attività sportiva, può essere importante un supporto di tipo psicologico affinché trovi un equilibrio corretto tra lavoro e figlio, in modo che in futuro non si venga a creare una situazione opposta, di iper protezione, per colmare il senso di colpa per non esser stata presente nella prima fase di vita del bambino”.

Quindi la situazione ideale sarebbe pensare solo ai tempi del neonato nei suoi primi mesi di vita?

“Se pensiamo ad un'atleta che fin dalle prime fasi di vita del piccolo dedica tempo ed energie ad allenarsi duramente e girare il mondo per le competizioni, ho seri dubbi che riesca anche ad essere una mamma davvero attenta ai bisogni del neonato. Un figlio nei primi mesi di vita impegna notevolmente la madre, dal punto di vista degli orari, della disponibilità fisica ed emotiva. Per esempio la fase dell'allattamento è estremamente importante e delicata. Il latte materno è l’alimento più adatto alla crescita perché la sua composizione si adatta perfettamente alle necessità di digestione e di sviluppo. Tuttavia questi benefici effetti ci sono solo in presenza di una mamma che allatta con serenità. Ma non tutte le mamme sono disposte a cedere alla pressione fatta soprattutto da chi vede solo i benefici dell’allattamento per il neonato e si dimentica di loro, pensando a come la propria vita, dedicata in grande parte ad allenamenti, viaggi e tornei, sia stata totalmente rivoluzionata dall'arrivo del figlio. Non è facile conciliare questa fase necessaria di vita del bambino con quella professionale della madre”.

Secondo lei una grande sportiva che diventa mamma riesce a gestire il proprio desiderio per la competizione?

“Se sei una persona appagata dalla tua maternità, in quel periodo non hai così tanta voglia di fare altro, incluso pensare alla carriera sportiva. È un discorso complesso che riguarda tutte le donne che lavorano, ma nello specifico stiamo parlando di mamme campionesse, donne che non hanno bisogno di lavorare per “andare a guadagnare” o perché altrimenti, se non tornano in ufficio, perdono il posto. Per restare all'attualità di un’atleta di grande successo come Serena Williams, che ha appena vinto il suo primo torneo da mamma, è certo che per arrivare a quei risultati ha speso una vita in campo dando sempre il massimo; quindi un suo rientro con l'ambizione di vincere gli Slam presupponeva un livello di impegno totale, nonostante un neonato da accudire. È una situazione molto diversa da quella di una donna non impegnata in una carriera di massimo livello, per la quale è salutare fare sport, per il fisico e per staccare la spina pensando un po' a se stessa. Se sei stata la n.1 a lungo e hai vinto tutto come la Williams, e poi hai scelto di fare una figlia rischiando addirittura la salute (come purtroppo le è capitato dopo il parto) risulta difficile comprendere da dove venga il desiderio di riprendersi la ribalta sportiva tornando a dare tutta se stessa in campo, e dichiarando allo stesso tempo che la maternità e la figlia la appagano profondamente. Forse la campionessa che è in lei non è così appagata, e la voglia di vincere e strappare record assoluti le fornisce una motivazione superiore, continuando ad alimentare quel fuoco che fin da piccola le è stato inculcato per essere la migliore. Probabilmente per lei è vitale continuare ad allenarsi e tornare a competere perché altrimenti questa aggressività fisiologica, che è parte naturale e sana del suo essere, si manifesterebbe in altri ambiti, come quello familiare, con inevitabili tensioni magari anche sulla figlia. Meglio che la sua carica si sfoghi in campo nella pratica sportiva”.

Pensa che sia più corretta la scelta di aspettare la fine della carriera per diventare madre?

“Penso di sì, come ha fatto qualche anno fa Flavia Pennetta, molto soddisfatta dei risultati raggiunti in carriera e pronta a voltare pagina volendo diventare madre, senza velleità di rientro. Ha accolto la sua nuova vita e la maternità con una disponibilità assai maggiore e quindi con un approccio molto sereno e positivo. O come ha da poco annunciato Caroline Wozniacki, che giocherà all'Australian Open il suo ultimo torneo prima di intraprendere con il marito un nuovo percorso di vita, focalizzato sulla famiglia. È un comportamento sano valutare in modo positivo i risultati raggiunti nella carriera sportiva e scegliere di diventare madre considerandolo un ruolo altrettanto gratificante”.

Una tennista di vertice deve affrontare la necessità di lunghi viaggi ripetuti nell'anno, come gestire questa ulteriore complicazione, e dal punto di vista psicologico è più complicato “staccarsi” dal figlio o portarselo dietro in tour?

“Per la tennista di vertice che può sostenere i costi di portarsi sul tour figlio e personale di supporto, probabilmente è meglio stare con il bambino; ma siamo sicuri che questa sia la scelta migliore per il piccolo? Soprattutto nel primo anno di vita, i neonati hanno bisogno di continuità e stabilità (ritmi, orari, routine), perché si trovano catapultati dalla pancia della madre in un mondo tutto da conoscere e per loro ostile, sia per stimoli che arrivano dal fuori (luci, suoni) che dal di dentro (la fame, il sonno, ecc). Attraverso esperienze di ripetizione il bambino apprende che c'è una madre che provvede ai suoi bisogni, e si forma nel mondo, è un imprinting fondamentale per il resto della sua vita. Nella mentalità odierna è comune pensare che accelerare i processi basilari di crescita porti ad un giovane più preparato in futuro; in realtà molti studi affermano il contrario, si finisce per accrescere frustrazioni e problemi come disturbi del sonno, alimentari, comportamentali. In sintesi: far viaggiare continuamente un neonato non farà di lui un viaggiatore da grande”.

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