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Campioni internazionali

Del Potro, la lunga marcia... non passa da Melbourne

L'argentino non si è arreso definitivamente all'ennesimo infortunio e proverà a tornare ancora. Ma non agli Australian Open, che salterà. Così, al riparo dai riflettori, continua a sperare di aggiungere altri capitoli a una storia che è parsa più volte sul punto di finire

di | 11 gennaio 2020

“Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti”, scriveva così, Pablo Neruda. Le fiabe, si sa, sono belle proprio perché succede sempre qualcosa di magico, di impossibile. Anche se in quella di Juan Martin Del Potro, che è fermo dall'estate scorsa per colpa di una frattura della rotula del ginocchio destro patita al Queen's e che non giocherà nemmeno gli Australian Open, per la svolta bisognerà aspettare ancora un po'.

L'argentino è uno di quei ragazzi ai quali si vuol bene anche solo dopo averci scambiato quattro chiacchiere, uno di quelli che restano come sono, illuminati o meno dalle luci della ribalta. Una serie infinita di infortuni gli ha impedito, fino ad ora, di arrivare più in alto di tutti. I suoi occhi, però, hanno ancora voglia di provare a leggere il finale più bello che c’è. Anche adesso che - è arrivata l'ufficialità - è costretto a ritardare ancora una volta il rientro e a saltare pure lo Slam di Melbourne.

Tonfi e trionfi

Maledetta sfortuna. Quasi impossibile trovare una spiegazione diversa quando si pensa alla carriera di Juan Martin Del Potro. Testardo, combattente, irriducibile. Il più forte tennista argentino degli ultimi 40 anni si è sempre dovuto fermare a un passo dalla vetta. Cadute improvvise, trionfi, sorrisi, ancora uno sprofondo, poi una nuova rinascita. Su e giù, in continuazione. Dopo una brillante carriera Junior, la “Torre di Tandil” esplode definitivamente a 20 anni, nel 2008. Si aggiudica quattro tornei consecutivi (Stoccarda, Kitzbuhel, Los Angeles e Washington), trascina la sua Argentina alla terza finale di Coppa Davis e varca con ferocia agonistica la soglia della Top 10.

Servizio e dritto sono le sue armi devastanti, quelle che usa per demolire gli avversari. Corretto, simpatico e sorridente, ‘Delpo’ impiega un attimo a conquistarsi la stima dei colleghi e ad entrare nel cuore di tutti gli appassionati.

Agli Us Open del 2009 diventa il primo giocatore della storia a battere Nadal e Federer in uno stesso Slam. A Flushing Meadows vince, centra la finale del Master e nel gennaio del 2010 entra per la prima volta nei primi 4. Ma eccola lì, la sfortuna, in agguato per la prima volta. 
Si ferma otto mesi per un infortunio al polso e l’anno successivo vince il primo dei due premi come ‘Comeback Player of the Year’.

Idolo ovunque

Lotta, come sempre. Ritorna e vince ancora. Chi lo conosce poco inizia a farsi un’idea di che pasta sia fatto. Il gigante buono ha creato un’empatia unica con il pubblico che riempie tutti gli stadi. Ovunque vada, contro chiunque giochi, dagli spalti si alza sempre un ‘Delpoooo… Delpoooo…’ fino all’ultimo punto del match, accompagnato dall’incessante sventolare della bandiera albiceleste.

Altri titoli, altre finali. Poi di nuovo sotto i ferri. Si opera al polso sinistro a marzo del 2014, ai legamenti del ginocchio e al tendine nel 2015, eleggendo domicilio presso la Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota. Con tanta, troppa continuità, ci si abitua alle sue foto dal letto di ospedale, ai video di una clinica salutata con le stampelle. Tanti arrivederci e nessun addio. Nel 2016 inizia l’anno da numero 1042, chiudendolo dal numero 38 dopo aver alzato al cielo la sua prima Coppa Davis: impiega oltre cinque ore per avere la meglio su Andy Murray nella semifinale con la Gran Bretagna, quindi supera Marin Cilic nella finalissima con la Croazia.

La semplicità di Tandil

A giugno del 2019 l’ennesimo stop, questa volta per una frattura alla rotula. Palestra, riabilitazione e lavoro sul campo. Un percorso conosciuto a memoria, ogni volta sempre più tortuoso. “Se riesco a rimettermi in forma e a sentirmi in salute, posso tornare forte”, ha detto. Non subito però.  “Sono un anno più vecchio, ma posso ancora giocare un buon tennis, questa è la mia motivazione. Gli amici di Tandil sono stati fantastici, sono sempre felice quando riesco a passare del tempo con loro”. Un sorso di mate, una birra fresca e l’immancabile asado: cose semplici, piccoli piaceri di un ragazzo tanto grande quanto umile. Con una voglia matta di tornare a giocare.


Poco più di un mese fa Juan Martin ha postato una foto sul suo profilo Instagram, con le seguenti parole: “La vita è come l’oceano. Le onde proveranno a buttarti giù e ti riporteranno dove hai cominciato, ma una volta che le combatti tutto l’oceano è tuo”. Noi, nemmeno a dirlo, ci siamo emozionati ancora. E con gli occhi lucidi lo aspettiamo.

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