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Campioni internazionali

Medvedev, da orso a guerriero Shaolin

A San Pietroburgo Daniil ha conquistato il terzo trofeo di un 2019 dove ha disputato ben 8 finali. Il russo, grande protagonista di questi ultimi due mesi, si propone come l'alternativa più concreta ai "Fab 3".

di | 23 settembre 2019

Gli ultimi 54 giorni di Daniil Medvedev sono da incorniciare: con le finali di Washington e Montreal, il successo di Cincinnati, la finale degli Us Open a New York e il successo di domenica a San Pietroburgo, con quindi cinque finali in altrettanti tornei sul duro ed equilibratissimo cemento, con un bilancio di 56 set vinti su 68 e 24 partite su 27, incamerando 3,350 punti Atp, è volato dal numero 13 del mondo al 4, intascando la prima promozione al Masters di Londra di novembre coi primi 8 della stagione. Per il 23enne di Mosca ritrovarsi subito dietro i “Big 3”, Nadal, Djokovic e Federer, non rappresenta un semplice numero o una promessa, è davvero l’attestato del primato fra i secondi, fra gli umani, fra i terribili Next Gen che hanno fatto passerella alle Final di Milano e ora marciano alla conquista del tennis di vertice.
A San Pietroburgo, nel torneo della madre terra russa, “Bear”, orso, riporta un ragazzo di casa nell’albo d’oro 15 anni dopo Mikhail Youzhhny (nel 2004), tocca quota 6 Atp vinti in carriera, 3 quest’anno, firma il bilancio-record stagionale di 54-17. Tutti numeri che danno alla testa, ma che per un atleta ambizioso e intelligente hanno un significato minore rispetto alla finale vinta contro Coric per 6-3 6-1: “Che felicità, battere un giocatore straordinario come Borna significa molto, dopo averci perso tre volte di fila l’anno scorso. E, arrivando qui dopo un’estate così dura e così vincente, pochi credevano che potessi conquistare anche questo torneo. Invece, ero venuto con in testa quest’obiettivo e ce l’ho fatta”. Sono passi avanti importanti nella nuova dimensione che il quasi due metri dal gran servizio e dal gioco così personale ha assunto dopo la finale sfiorata a sorpresa contro Rafa Nadal a New York.

Il tennis è uno sport tremendo che, giorno dopo giorno, riazzera tutto, ripartendo con un nuovo torneo, nuove situazioni. Nuovi avversari, dove tutti studiano tutti e li costringono ad aggiornarsi e migliorarsi di continuo. Perciò, per dribblare la potenza dei colpi piatti di Medvedev, e spezzargli quel micidiale ritmo da fondo, i rivali utilizzano molto lo slice e la varietà. Così, sotto il traguardo di San Pietroburgo, ha tentato di fare anche il croato, classe ’96 come Daniil, ma più giovane di 9 mesi, che aveva superato il russo anche alle Next Gen Finals di Milano nel 2017. Ma Bear è diventato così sicuro e preciso, così determinato e costante da aggirare anche questa trappola, senza mai fronteggiare palle break, strappando i complimenti all’ex allievo di Riccardo Piatti: “E’ stato un giocatore molto migliore di me, sotto tutti gli aspetti, ho provato praticamente tutto, per contrastarlo, ma non ha funzionato: aveva tutte le risposte pronte”.

Davvero una gran bella soddisfazione per il ragazzo che non riusciva a gestire i suoi demoni, e saliva alla ribalta solo per qualche follia. Nel Challenger di Savannah 2016, era stato squalificato per uno sconsiderato commento, considerato razzista, perché aveva suggerito ad alta voce che il giudice di sedia fosse in combutta con l’avversario Tiafoe, di cui condivideva il colore della pelle. A Wimbledon 2017, aveva versato delle monete sotto il seggiolone dell’arbitro, lasciando intendere che si fosse fatto corrompere o dandogli la mancia - chissà! - in un altro sconsiderato scatto di nervi.

Quel genio pazzerello dalla potenza inespressa che dodici mesi fa perdeva nel primo turno degli Us Open ora riesce a trasformare in energia positiva anche la rabbia del pubblico della Grande Mela, che lui stesso attizza mostrandogli il dito medio, e diventa il primo finalista under 23 agli Us Open dopo Novak Djokovic nel 2010. Grazie al coach francese Gilles Cervara, che incrocia a Cannes, dove vive sua sorella, e alla psicologa sportiva Francisca Dauzet, con la quale si sfoga spesso e volentieri. “Dopo le mie sconfitte sconsiderate, mi sedevo affranto e mi dicevo: “Non voglio perdere perché divento pazzo o perdo la concentrazione per il pubblico o per l’arbitro. Voglio perdere perché sono stato un tennista peggiore del mio avversario”.

L’ispirazione del nuovo numero 4 del tennis mondiale viene dal kung fu della scuola del Maestro Chang Dsu Yao, dai guerrieri Shaolin. Roba di 100 anni avanti Cristo. Roba sempre validissima, evidentemente.

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