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Campioni internazionali

Un mito: da Serena a Serena, vent'anni dopo

La Williams, quasi 38enne, schianta Svitolina e raggiunge per la decima volta la finale degli US Open, dove ha centrato il suo primo trionfo nel 1999: “Onestamente è un po' folle pensarci. Ma è davvero grande. In realtà non mi aspettavo niente di meno”

di | 06 settembre 2019

Serena Williams può anche non piacere: è prepotente e viziata, è eccessiva, e può essere pure minacciosa e violenta. Ma merita sicuramente il rispetto del tennis e dei tifosi. Questo suo riproporsi in finale degli Us Open, vent’anni dopo il primo successo Slam, è una delle imprese più eclatanti dello sport tutto. Al di là dei numeri, del record di più anziana finalista Slam che continua ad aggiornare, a quasi 38 anni (esattamente a 37 anni e 347 giorni), che ritocca dopo la sfortunata finale di Wimbledon persa a luglio contro Halep. Riproponendo la sua potenza, il suo gioco essenziale, l’impronta maschile dei primi due punti del game, servizio-risposta, che sono ancora incredibilmente moderni.
A riconoscimento dei meriti anche di papà Richard, a lungo considerato come un pazzo, che invece si è dimostrato un visionario di successo. Anche perché ha tenuto Serena e Venus lontano dalle esperienze juniores, le ha allevate a un tennis estremamente fisico rimandando la cosa tecnica, ne ha selezionato da subito il calendario di impegni Wta, aggiungendoci qualche bella pausa volontaria qua e là, regalando loro il segreto della longevità.

Le curiose analogie con l’edizione 1999

Serena che schianta anche Elina Svitolina e si ripresenta in finale contro Bianca Andreescu, ha trovato posto, da favorita, in un quartetto che, nel 2019, somiglia tantissimo a quello del 1999: all’epoca c’era una giocatrice svizzera, Martina Hingis, una 19enne, la sorella Venus, e una 23enne, Lindsay Davenport, adesso, ci sono state, curiosamente, un’altra svizzera, Belinda Bencic, un’altra 19enne, Andrescu, e la 24enne Svitolina.
Il cocktail ripropone gli stessi ingredienti, cambia l’ordine dei fattori, ma Serena è sempre lì, con la sua potenza e la sua velocità di colpi, le sue marce in più, con cui stacca le avversarie nello scambio breve. Rinnovando il miracolo, rigenerandosi ancora, all’improvviso, anche dopo le batoste di un fisico infelice, di una post-gravidanza difficile e di una pressione irreale, a un solo passo dal record – ingiusto, perché fondato soprattutto sugli Australian Open al tempo disertati dai più – dei 24 titoli Slam di Margaret Smith Court. Che, dallo choc del 2015 contro Roberta Vinci, proprio a New York, è diventato come il supplizio di Tantalo.

Per Serena decima finale a Flushing Meadows

Come Federer, anche Serena si esalta nella continua sfida contro avversari sempre più giovani e diversi. Si nutre quasi di questi confronti. Ed è eccitata da quest’ultimo duello: lei che ha vinto per la prima volta New York l’11 settembre 1999, affronta sotto il traguardo la maggior sorpresa della stagione, la frizzante “Brandescu”, ennesimo simbolo della globalizzazione, e quindi della seconda generazione degli immigrati dall’Est europeo all’Eldorado di Australia e Canada, che è nata il 16 giugno 2000. Cioè nove mesi dopo quel primo urrà di Serena, quella prima delle dieci finali, che sei volte ha trasformato in trionfo, incassando troppe sconfitte. Inaccettabili, soprattutto per lei.
Una cosa folle, assolutamente folle, un po’ come lei: “Sì, davvero, onestamente, è un po’ pazzo. Ma è davvero grande. Sono di nuovo in finale. In realtà non mi aspettavo niente di meno”.

Se si analizza il corso della mia carriera e le giocatrici che ho affrontato è davvero straordinario che abbia vinto tanto

“Già tante chance di battere il record di Slam”

Chissà se mente, quando dice: “Avrei continuato a giocare anche se avessi superato il record dei 24 Slam, ho avuto talmente tante possibilità di riuscirci, e di essere già a chissà quanti titoli ancor più su”.
Di sicuro è sincera quando afferma: “Il bello è che gioco in una era che sembra cinque ere, per la presenza di tante giocatrici così forti nello stesso momento”. E ancor di più è vera, quando sottolinea: “Se si analizza il corso della mia carriera e le giocatrici che ho affrontato è davvero straordinario che abbia vinto tanto”.

“Ora più preparata che a Wimbledon”

Fino ad arrivare all’auto-applauso: “Qui a New York mi sento più preparata che a Wimbledon, ho avuto una settimana in più. Stavo così bene anche in Australia, ma mi sono storta la caviglia, avrei dovuto saltare Parigi. Ma l’ho considerato il bonus di giocare un altro Slam. Mi sembra che ho ritrovato il tempo per allenarmi, ora ho bisogno soprattutto di essere libera da infortuni”. E la scommessa è già rilanciata.

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