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Campioni internazionali

Quando gli Us Open fanno 'Buu': l'uscita amara di Nole

Djokovic getta la spugna nel match con Wawrinka per il dolore alla spalla, il pubblico di Flushing Meadows s’inferocisce e lo ricopre di “buu”. Il n.1 del mondo: “Mi dispiace, è venuto per lo spettacolo ed è arrabbiato perché io non gli ho potuto dare un match completo. Il dolore è costante da tre settimane, mi fermo”

di | 03 settembre 2019

Novak Djokovic non ce la fa, sotto 5-7 4-6 1-2, alza bandiera bianca, si arrende alla spalla sinistra che gli dà il tormento e si ritira, lasciando via libera a Stan Wawrinka negli ottavi degli Us Open. Ma quando abbraccia fraternamente a rete l’avversario che l’aveva battuto sempre nell’ultimo Slam dell’anno nella finale del 2016, il pubblico di New York lo contesta. Non lo fischia, perché negli States i fischi equivalgono agli applausi, ma lo ricopre di “Buu”. Come, ahinoi, fa parte del pubblico di certi stadi di calcio contro i giocatori di colore.

Nole: “Mi fermo, troppo dolore”

Nole incassa, glissa, fa il sorrisetto amaro, e se ne va, afflitto: “Capisco il pubblico, mi dispiace: è venuto per lo spettacolo ed è arrabbiato perché io non gli ho potuto dare un match completo. Tanta gente non sa che cos’è successo e non puoi criticarla. Non doveva andare così, ma è andata così. Il dolore è costante da tre settimane, c’è un momento che senti di non poter più riuscire a fare un punto. Mi fermo, vorrei giocare la stagione indoor in Asia, ma chissà se potrò giocare Tokyo”.

Il pubblico non comprende il numero uno

Ma alla gente non interessa, la gente è arrabbiata con lui, lo accusa da sempre, più ancora di altri, più forte di altri, di non essere sincero. Nel caso specifico, non capisce questo suo comportamento: Novak ha pianto un infortunio alla spalla contro Londero, si è ripreso in modo apparentemente ottimale contro Kudla - che gioca pure per la bandiera a stelle e strisce - poi ha gettato la spugna.
Perché non è andato ancora avanti, perché non ha regalato un dramma in campo, con grida e sofferenza, con scambi furibondi e interventi del medico, da sangue ed arena, come un match di boxe? Perché non ha dispensato anche a questa gente le mitiche gesta degli Australian Open contro Rafa Nadal o quelle dell’ultimo Wimbledon contro Roger Federer?

Quelle reazioni di Djokovic

Dal punto di vista della gente, il campione di gomma avrebbe potuto e dovuto fare di più per restare nel torneo. E se ne frega se, nella realtà, si è imbottito di chissà quanti antidolorifici, si è sottoposto a chissà quanti massaggi e trattamenti specifici, e ha stretto sicuramente i denti davanti al dolore. Niente da fare, nessun perdono: chi paga il biglietto per vedere il numero 1 pretende uno spettacolo da numero 1.
Eppoi, diciamolo, Djokovic è anche antipatico nelle sue reazioni così alterne, ora ha il volto tiratissimo, gli occhi fiammeggianti, gli scatti d’ira, le espressioni di scherno e di disgusto, ora è l’allegrone che regala il suo cuore a ogni lato della tribuna a fine match e ringrazia il Cielo per la salute che gli ha dato. Ed è arrogante: qualche giorno fa ha platealmente minacciato un tifoso che gli aveva chiesto in allenamento: “Ma non dovevi ritirarti?”, promettendogli che lo sarebbe andato a cercare, in privata sede, come in un duello rusticano che non gli fa onore. Ma che spiega l’enorme tensione che ha dovuto sostenere.

Flushing Meadows come il Colosseo

Quello di Flushing Meadows è il più incontrollabile e il meno tennistico dei pubblici del Grande Slam. Non solo si schiera apertamente per il beniamino del giorno e lo sostiene clamorosamente, ma può trasformarsi da eccessivamente chiassoso e incontinente, a scorretto e persino violento nei confronti dell’avversario, del “nemico” del momento, del colpevole di lesa maestà dei sacri principi yankee. Novak Djokovic è l’ultima vittima sacrificale offerta dallo show business alle voraci night session, che ricordano tanto il Far West, e tanto preoccupano i tennisti degli Us Open. Semplicemente, stavolta, il popolo di Flushing Meadows ha fatto pollice verso come al Colosseo contro il numero 1 del mondo, campione uscente e primo favorito per il bis consecutivo.

Qui è stata contestata pure Naomi Osaka

Questa gente che s’ingozza di hot dog e birra, che non rispetta il silenzio durante il gioco e tantomeno sta ferma al suo posto e trattiene urla e incoraggiamenti a chi vuole, quando vuole, diventa un tutt’uno, coagulando incredibilmente i poveri dell’ultimo anello dell’Arthur Ashe Stadium - lo stadio più grande del tennis - dove non si vede assolutamente nulla e i ricchi che pagano migliaia di dollari per guardare negli occhi gli eroi della racchetta.
Questo pubblico è lo stesso che ha contestato Naomi Osaka: la giapponese, americana a metà, che dodici mesi fa ha scippato alla star di casa Serena Williams il co-record di titoli Slam a quota 24 e adesso ha schiacciato la futura stellina Cori Gauff. E’ un pubblico partigiano, irrispettoso, terribile, feroce. Di cui Daniil Medvedev si sta nutrendo, selvaggiamente, come questo tifo.

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