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Campioni internazionali

Rublev, ovvero dalla Russia con furore

Andrey, già star delle Next Gen Atp Finals, con il suo tennis tutto potenza e accelerazioni è tornato protagonista a New York, dove nel 2017 raggiunse i quarti a soli 19 anni. Un mese fa a Cincinnati ha messo sotto pure Federer: riuscirà Berrettini a disinnescarlo?

di | 02 settembre 2019

Due anni fa, quando raggiunse i quarti di finale a Flushing Meadows a 19 anni, divenne il più giovane a riuscirci nello Slam newyorchese dopo Andy Roddick (nel 2001). Ora è pronto a riprovarci Andrey Rublev, che a New York sarà avversario di Matteo Berrettini nel testa a testa che vale un prestigioso posto tra i “best 8” degli US Open.
Nel 2017, con il suo tennis tutto potenza e continue accelerazioni, tentò di prendere a pallate sull’Arthur Ashe Stadium un certo Rafa Nadal e ne uscì con le ossa rotte, raccogliendo appena cinque game contro quello che era il suo idolo di gioventù (“da ragazzino volevo sempre il completo di Rafa, penso di averli tutti a casa…”, raccontò il ragazzo di Mosca).
Però, anche sulla scorta di questo risultato – oltre al primo titolo Atp, conquistato sulla terra di Umago - il principino russo arrivò da grande protagonista alla prima edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano, simbolo del nuovo che avanza nel circuito anche con le nuove regole ed emblema della genìa russa che tanto impatto pare destinata ad avere sul futuro del tennis. Eppure a stopparlo in finale fu il solido soldatino coreano Hyeon Chung.

La lezione delle Next Gen Atp Finals

Dodici mesi più tardi, Rublev era di nuovo tra le otto stelle under 21 protagoniste della rassegna alla Fiera di Milano-Rho, nonostante un infortunio alla schiena che l'aveva tenuto ai box per qualche mese a cavallo tra la primavera e l'estate dopo che aveva aperto il 2018 con la finale a Doha.
A fermare il talento russo, che sembra uscito da un quadro di Van Gogh, fu in semifinale il greco Stefanos Tsitsipas, poi uscito da trionfatore nel capoluogo lombardo, spiccando il volo verso la top ten e permettendosi pure sgambetti a icone di questo sport come Roger Federer (a Melbourne) e Rafa Nadal (nella sua Barcellona).
Parlò di difficoltà nella gestione delle emozioni, il pazzerello Andrey: "è un aspetto importante nel mio gioco, perché se le sfrutto nel modo giusto mi danno un bel valore aggiunto. Altrimenti diventano una zavorra. Il problema è che in passato mi hanno fatto perdere più partite di quante non me ne abbiano fatte vincere”, promettendo di aver imparato la lezione.

L’estate calda di Andrey

Ci ha messo un po’, comunque, a metabolizzarla, se è vero che nei primi sei mesi della stagione, a parte la finale nel challenger di Indian Wells a inizio marzo, ha raccolto pochino nel tour.
La svolta – dopo quel match quasi vinto a Monte-Carlo al primo turno con Fabio Fognini - però è arrivata in estate, cominciando con la finale nel “500” di Amburgo dove ha messo in fila gente tosta sulla terra come Garin, Ruud, Thiem e Carreno Busta, perdendo di misura in tre set contro il georgiano Nikoloz Basilashvili, un altro come lui che vorrebbe spaccare la pallina ad ogni racchettata.
Si è preso la rivincita poche settimane dopo, Rublev, nel “1000” di Cincinnati dove, da qualificato, ha sconfitto in due set sia Wawrinka prima che Federer poi negli ottavi – il successo più prestigioso della carriera fin qui -, con il suo sbarramento di colpi da ogni angolo quasi impedendo di giocare al fuoriclasse di Basilea, prima di trovare semaforo rosso di fronte all’altro russo del momento, quel Daniil Medvedev di slancio entrato in top five.
E 'quarti' ha fatto poi anche a Winston-Salem il moscovita, 22 anni il prossimo 20 ottobre, con i capelli lunghi rossi e disordinati da leoncino, lo sguardo fiero e i quasi due metri su un fisico da giunco.

Ha steso Tsitsipas, Simon e Kyrgios

Un “momento caldo” che sta proseguendo anche nella Grande Mela, dove ha messo in fila Tsitsipas, numero 8 del mondo, il francese Gilles Simon e l’imprevedibile Nick Kyrgios, battuto in tre set. Tanto da “vedere” di nuovo i quarti, lui che negli altri Slam non è mai andato oltre il terzo turno. E magari sognare di ritrovare dall’altra parte della rete, in semifinale, il mancino di Manacor per cui stravedeva da ragazzino.
Ovviamente Berrettini, permettendo. Matteo a Wimbledon ha visto interrompere bruscamente la sua corsa davanti alla classe di King Roger, ora trova a contendergli l’accesso ai quarti proprio chi un mese fa ha impartito una lezione allo svizzero, con le sbracciate violente sempre a cercare il punto e i colpi tesi che sembrano legnate.

Come un picchiatore sul ring

Un giocatore, quello che ha per coach lo spagnolo Fernando Vicente, senza apparenti punti deboli, altero ed elegante pur nella sua spesso incrollabile violenza: potente al servizio e da fondo campo, con un super diritto, soprattutto lungolinea, e un rovescio comunque pesantissimo.
Lo avranno studiato a fondo, Berrettini e il suo allenatore Vincenzo Santopadre (magari con qualche prezioso consiglio pure di Corrado Barazzutti), per cercare la strategia giusta per disinnescarlo, ben sapendo che nel tennis non esiste la proprietà transitiva connessa ai risultati.
Consapevoli che Matteo dovrà saper incassare, ma a sua volta attuare una serie di tattiche come un pugile sapiente contro un temibile picchiatore, stancandolo, annacquandone la potenza, svilendone ardore e prorompente vitalità, in modo da fargli perdere sicurezze. E il riferimento alla boxe non è casuale visto che è figlio di un ex pugile, e lui stesso amante e praticante di quello sport, Rublev.
Un incrocio Italia-Russia che dirà chi dei due è più pronto per un altro salto di qualità.

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