-
Campioni internazionali

Perchè Serena non vince più. Forfait a Cincinnati

La Williams, che si ferma di nuovo per il mal di schiena, non ha più quell'aurea di imbattibilità che le permetteva di riuscire a vincere anche quando giocava male, anche quando la condizione fisica era appena decente. La "responsabilità" è tutta di... Roberta Vinci

di | 14 agosto 2019

Il problema è che non fa più paura. Dal settembre 2015, Serena Williams non possiede più il vantaggio psicologico su tutte le avversarie, quel 20-30% di importantissima percentuale mentale che l’accompagnava prima del via, l’aurea di chi riaggiustava le situazioni più disperate, di chi non perdeva mai contro le più lontane in classifica, di chi non mollava sulla ribalta più importante nelle partite più importanti.

Ma quel giorno, quell’indimenticabile 11 settembre, la pantera del tennis ha cominciato a lamentarsi, ha chiesto aiuto al fisioterapista, ha accampato scuse, ha smarrito le sue certezze, ha tremato, è crollata. Quel giorno, si è arresa a Roberta Vinci, il braccio d’oro del tennis donne italiano, ha perso una partita che non poteva perdere, peraltro nei suoi Us Open, ribadendo che il fioretto può sempre piegare la clava, rinnovando la favola di Davide e Golia.

Con la piccola tarantina, allora appena numero 43 del mondo, che i bookmaker davano vincente addirittura 300 a 1, è fu invece capace di rimontare, dal 2-6 iniziale, il totem Serena, dando spettacolo e trascinandosi dietro tutte le peones della racchetta. Cui ha aperto gli occhi sulle evidenti difficoltà della grande atleta afroamericana.

Serena era arrivata a quella semifinale di New York, strafavorita per il Grande Slam, per aggiudicarsi cioè nello stesso anno tutti e quattro i  Majors, dopo Australian Open, Roland Garros e Us Open di quel suo 2015 a due facce. Dov’arrivò forte di 21 super-tornei. Invece, da allora, ne ha firmati “appena” altri due (Wimbledon 2016 ed Australian Open 2017), perdendo cinque finali, più delle quattro che aveva perso dagli Us Open 1999, quand’ha cominciato la formidabile collezione di trionfi: nel 2016, agli Australian Open ha ceduto ad Angelique Kerber e a Parigi contro Garbine Muguruza, nel 2018, si è arresa ancora alla Kerber a Wimbledon e a Naomi Osaka agli Us Open, e quindi quest’anno, ai Championships non è stata competitiva sotto il traguardo, contro Simona Halep.  

L’attenuante della figlia e dei problemi post-parto ne hanno ulteriormente indebolito il mito, almeno agli occhi delle rivali. Tanto quanto i continui acciacchi, gli stop, le rinunce, i crolli psico-fisici a match in corso, i black out come quello clamoroso di settembre contro l’allora 20enne Osaka. Le mamme-lavoratrici, le ten-ager americane che sognano il riscatto sociale, ripercorrendo la sua favola da ex Cenerentola del ghetto nero di Los Angeles, la idolatrano e ne alimentano la leggenda e anche il conto in banca. Ma, sul campo da tennis, Serena - che il 26 settembre come 38 anni, ed è competitiva ad alto livello nel tennis da 20 - sconta tutto. E’ fin troppo brava a superare tutte le difficoltà fisiche stringendo i denti ed allenandosi duramente sui colpi-chiave, servizio-risposta come sui colpi da fondocampo. Però, sugli scambi, sulla corsa, sulla resistenza, quando non può giocare uno-due da ferma, paga dazio contro un numero sempre più numeroso ed agguerrito di avversarie.

Il danno dell’11 settembre 2015 non s’è mai sistemato. Anzi, con gli anni, la parabola si è rovesciata: così come prima era Serena quella che confortava le avversarie sconfitte e augurava loro un futuro migliore, ora sono le altre a consolare ed abbracciarla, a ricordarle i giorni di gloria e a spingerla ad insistere. Dalle più anziane alle più giovani. E tanta commiserazione ferisce sicuramente la minore delle sorellone Williams almeno quanto le sconfitte. Anche se è condannata ad insistere. A mandar giù qualsiasi rospo, a sperare in un’altra zampata delle sue.

E’ una questione d‘orgoglio, certo. Se fosse una qualsiasi, Serena avrebbe già mollato l’agonismo e i suoi enormi sacrifici, già straricca sia finanziariamente che umanamente, da madre e moglie. Ma Serena è mossa nel cuore e insieme indebolita nella testa dalla sua missione nella storia: ferma a quota 23 Slam dal gennaio 2017, quando vinse Melbourne già incinta della sua bimba, vede a un solo passo il primato dei 24 Slam di Margaret Smith Court. Primato falsato dagli 11 Australian Open - allora spesso disertato dalle più forti , ma pur sempre pietra miliare del tennis e dello sport. Arrivare comunque alle finali alimenta la sua legittima ambizione di conquistarsi l’attestato di numero 1 del tennis di sempre. Ma, psicologicamente è una sfida durissima, forse impossibile.

Commenti

Partecipa anche tu alla discussione, accedi