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Campioni internazionali

Sunday Morning: Roger, hai dimenticato quei 2 match-point?

Sia Djokovic che Federer rientrano a Cincinnati dopo la finale che li ha visti protagonisti a Wimbledon. C’è da capire come RF ha ‘digerito’ quelle due occasioni di conquistare Londra. Che Roger rivedremo in campo sul cemento americano?

di | 11 agosto 2019

L'Open del Canada si conclude stasera. Da domani il grande tennis va in scena a Mason, sobborgo di Cincinnati in Ohio, per il Western & Southern Open. Il secondo ATP Masters 1000 estivo è un vero classico, torneo molto amato dai giocatori, forte di una lunghissima tradizione ed un robusto albo d'oro. La prima edizione si svolse nel lontano 1899. Fino al 1941 fu totale dominio dei tennisti statunitensi (nel '35 non si giocò per la Grande Depressione, che colpì pure lo sport); l'ecuadoregno Pancho Segura nel 1942 fu il primo straniero ad alzare la coppa del vincitore. Il detentore del titolo è Novak Djokovic, che nel 2018 con la sua prima vittoria a Cincinnati completò un clamoroso “Career Slam” di titoli Masters 1000. Il serbo sconfisse in finale Federer con un duplice 6-4. Djokovic vs. Federer. Roger vs. Novak. Sempre loro.

Novak e Roger al rientro

I due campioni proprio in Ohio scenderanno di nuovo in campo dopo la clamorosa finale di Wimbledon. A sole due settimane da US Open, c'è grande curiosità per rivederli in azione. Il campione in carica è Novak, ma il mondo del tennis aspetta con fervore soprattutto il ritorno di Roger. Il Masters 1000 di Cincinnati è uno dei tornei in cui lo svizzero vanta più titoli: sette, con l'ultima vittoria nel 2015 (sconfiggendo, guarda caso, Djokovic in finale). In queste settimane post Wimbledon è girata tra gli appassionati - soprattutto sui social - un'unica domanda su Federer: come avrà vissuto e metabolizzato la “batosta” di una finale epica, persa sprecando due match point? Non una finale qualsiasi, quella dei Championships, giocata a quasi 38 anni?
Come Federer abbia vissuto le giornate seguenti la cocente sconfitta è faccenda privata. I suoi profili social sono rimasti fermi ai primi giorni di Wimbledon, nessun'altra notizia è trapelata. Di sicuro avrà staccato la spina da racchette e palline, concedendosi una bella vacanza in famiglia. Lo immaginiamo a bordo di uno yacht, lontano dal tennis e dal mondo, a riposare fisico e testa prima di riprendere la preparazione per i tornei nord americani (sui social è uscita solo una foto di allenamento a Zurigo, con Fabbiano).

Una cosa è certa: Roger in passato ha dimostrato più volte di sapersi riprendere da dure sconfitte, buttando giù bocconi amarissimi e ripartendo più forte di prima.

Qualche esempio? La finale di Wimbledon 2008 persa contro Rafa, match che segnò il sorpasso nel ranking ATP e fece perdere a Federer quell'aura di invincibilità sul Centre Court che durava da cinque stagioni. Agli US Open 2008 Roger si riscattò, vincendo il torneo.

A Flushing Meadows Federer ha patito cocenti delusioni. Come dimenticare le semifinali del 2010 e 2011, perse entrambe contro Novak Djokovic dopo aver avuto match point; e pure la finale 2009 contro Del Potro, una partita che stava dominando totalmente prima del rientro clamoroso dell'argentino, la lunga battaglia, la sconfitta. Ma nel primo Slam del 2010 fu Roger vincere. Sconfitto sì, “abbattuto” mai.

La logica lascia pensare che anche stavolta, forte della maturità da neo 38enne, sarà capace di rialzarsi, prendere in mano la racchetta e incantare il pubblico con le sue giocate da Maestro. Oppure... no?

Che l'occasione mancata nel “suo” torneo, preparato meticolosamente per un anno intero, sia stata talmente dolorosa da lasciare una ferita aperta? Proviamo ad analizzare razionalmente le due facce della medaglia, come lo svizzero possa aver vissuto il dopo Wimbledon, quali le scorie accumulate e come potrebbe ripresentarsi in campo a Cincinnati e poi NY.

L'ultima grande finale “è andata”...

I numeri ci dicono che sono 22 i match persi da Federer in carriera dopo aver avuto match point, 6 in tornei dello Slam. Non tutte queste sconfitte sono uguali. Alcune sono venute nei primi anni della sua vita sportiva, altre in tornei meno importanti, o in momenti in cui tutto andava così bene da esser archiviate senza problemi.

Quella dello scorso 14 luglio sui prati di Church Road è assai differente da tutte le altre. Anche a Wimbledon 2018 contro Kevin Anderson Roger perse con match point a favore, ma erano i quarti di finale. La strada verso il successo era ancora lunga, e Federer obiettivamente non stava incantando col suo tennis. Stavolta lo svizzero si era presentato a Londra tirato a lucido, con una condizione clamorosa per la sua età.

Fisicamente stava benissimo: veloce, continuo, tutti i colpi erano fluidi, precisi, come i dati della finale hanno certificato. Ai numeri, avrebbe vinto lui. Ma qualcosa è girato male.

I tie-break, giocati troppo in difesa, rinnegando la tattica offensiva che aveva funzionato alla grande nel resto del match; i due match point. Due scambi probabilmente rivissuti mille volte nelle notti (insonni?) di Roger... Perché non è arrivato un ace salvifico? Perché quel dritto d'attacco è atterrato un metro più corto, dando il tempo a Nole di caricare il passante e trovare il vincente?

Chissà quanti dubbi saranno passati per la testa di Federer. Non sarà mai arrivato a pensare “odio il tennis”, ma forse un filo di disgusto per racchette & company lo avrà anche sfiorato…

A quasi 38 anni era arrivato a quella bellissima e per lui sfortunata finale come meglio non poteva. Tutte le stelle erano allineate. Stava giocando bene, molto bene, e sconfitto il super rivale Nadal in semifinale, trovando una fiducia totale. “Quei due maledetti match point potrebbero esser stati gli ultimi ai Championships? Nel 2020, a quasi 39 anni, potrò di nuovo toccare quella forma fisica e tecnica? Che sia stata davvero la mia ultima grande occasione di vincere Wimbledon?”.
Quei due maledetti match point potrebbero esser stati gli ultimi ai Championships?
Questi interrogativi, queste memorie negative chissà quante volte avranno offuscato i suoi pensieri. Con una carriera avviata verso la fine, quella di Wimbledon 2019 resterà probabilmente la peggior delusione sportiva della sua vita. Per quanto Roger sia stato bravissimo a ripartire dopo dure sconfitte, stavolta il peso sarà troppo anche per lui. Oppure... no?

Ma io sono Roger Federer, la resilienza è la mia forza

Impossibile non aver sofferto dopo una finale persa così, a un centimetro dal traguardo. Ma la grandezza del campione e dell'uomo Federer in tutta la sua carriera è stata anche quella di rinascere. Di accettarsi e rimodellarsi da giovane, quando era un ribelle incapace di imbrigliare il suo talento tecnico in un gioco funzionale alla vittoria. Di respingere gli “assalti” di tennisti più giovani di lui, ancor più forti fisicamente e dotati di un tennis ideale a scardinare i suoi punti di forza, dandogli anzi lo stimolo a lavorare e migliorarsi nonostante fosse già un supercampione, maturo e idolatrato come nessun altro prima.

Federer non ha niente da dimostrare, deve solo sentire ed assecondare la propria voglia di giocare e divertirsi. Lui dichiara di non voler parlare di ritiro perché ama visceralmente il tennis, gli allenamenti, la sensazione all'impatto della palla, la meraviglia di inventare traiettorie ed incantare il suo pubblico sterminato con giocate d'autore. Questa è la sua forza, e nessuna sconfitta gli potrà togliere queste sensazioni e l'amore per il gioco. È forte di una vita sana e tranquilla che sostiene il campione, come il contesto familiare e tecnico (coach, allenatore, preparatore, manager, ecc) che lo protegge e lo spinge a dare il meglio. Serenamente.
In questo contesto, è interessante inserire il parere di una specialista, la Psicoterapeuta Marcella Marcone, ex campionessa di tennis tavolo e grande appassionata di tennis, disciplina che conosce in profondità grazie a collaborazioni con tennisti professionisti.
“Per spiegare quello che ha vissuto Federer in passato, e che presumibilmente sta vivendo adesso, parlo del concetto di Resilienza, ossia la capacità di riorganizzarsi in senso positivo dopo aver subito situazioni stressanti e traumatiche. Credo che un campione come lui abbia una forte resilienza e sia stato capace di raggiungere risultati eccezionali proprio grazie a questa capacità. Cosa la rende tale? Direi l’infanzia, ossia l’aver assimilato esperienze reiterate di benessere che gli permettono di isolare quelle traumatiche, che pur ha vissuto nella sua vita, ma che non hanno condizionato la sua carriera sportiva".
"Per esempio, la sua tendenza a perdere col match point a favore - prosegue Marcone - è parte della sua storia, la si potrebbe inquadrare, dal punto di vista psicoanalitico, come la ripetizione di un vissuto infantile traumatico, doloroso ma circoscritto, che non ha intaccato la positività della maggior parte dei suoi vissuti e di conseguenza dei suoi risultati”. Questo potrebbe essere il meccanismo di auto-difesa contro le situazioni difficili, le peggiori sconfitte, da cui ogni volta è riuscito a ripartire e se possibile addirittura migliorare.
Aver assimilato esperienze reiterate di benessere permette a Federer di isolare quelle traumatiche, che ha vissuto ma che non hanno condizionato la carriera sportiva

Cincinnati e New York il banco di prova

Come scenderà in campo Roger a 'Cincy'? Sarà di nuovo fortissimo e motivato, o soffrirà terribilmente sul piano mentale per la “batosta” di Wimbledon? La sensazione è che potrà far fatica nei primi match, ma più per mancanza di tennis giocato che per le scorie della finale persa a Londra. Ci aspettiamo un Federer pronto a ripartire, convinto come mai che quella dei Championships è stata sì una grande delusione, ma anche la conferma che può ancora giocarsela alla pari contro un tennista più giovane e fortissimo come Nole, quasi imbattibile quando sta bene. Quindi un Roger pronto a trarre una spinta positiva da una situazione estremamente negativa, forte del suo amore per il tennis e della consapevolezza di “essere Federer”. Sapersi rialzare dalle peggiori sconfitte è forse la più grande virtù dei forti.

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