Nato ad Amman il 16 novembre del 2003 (quindi non ancora ventenne), Abdullah è numero 274 Atp, ma già 215 nel ranking live e 192 nella Race, oltre che 26 al mondo nella graduatoria dei Next Gen. Cresciuto nel mito di Nadal, ha cominciato a vincere... dall'Italia
02 ottobre 2023
Fino a qualche mese fa era ancora considerato come una sorta di presenza folcloristica, anche se con ottime basi per diventare una realtà del circuito maschile. Oggi, dopo il suo primo titolo Challenger colto sul duro di Charleston, negli Stati Uniti, Abdullah Shelbayh è entrato ufficialmente nel novero dei talenti da tenere d'occhio per un futuro forse più vicino di ciò che si poteva pensare.
Lasciamo parlare i numeri: oggi il giordano, nato ad Amman il 16 novembre del 2003 (quindi non ancora ventenne) è numero 274 Atp, ma già 215 nel ranking live e 192 nella Race, oltre che 26 al mondo nella graduatoria dei Next Gen. Per essere protagonista a Jeddah, Arabia Saudita, dove evidentemente sarebbe l'attrazione principale, il mancino cresciuto alla Rafa Nadal Academy avrebbe bisogno di circa 100 punti, se consideriamo qualche inevitabile defezione da parte di Alcaraz, Rune e qualche altro top player che tra gli Under 21 potrebbe sentirsi ormai un po' stretto.
Al di là del 'masterino' di fine stagione, tuttavia, la storia di Shelbayh è importante perché porta nel tennis che conta un Paese, la Giordania, fin qui totalmente a digiuno di professionisti di qualità. Abdullah dunque, col nome storpiato in 'Abedallah' da un funzionario maldestro, potrebbe essere davvero colui che apre la via, non solo ai suoi connazionali ma anche a una intera area del mondo, quella mediorientale, nella quale soltanto gli israeliani in precedenza erano riusciti ad avere voce in capitolo. Il 19enne di Amman era già stato il primo giordano a giocare un match nel circuito maggiore, a Doha in febbraio (sconfitta in tre set contro il coreano Kwon), poi il primo a vincere un incontro, nel 250 di Banja Luka in aprile (battuto Elias Ymer, prima della sconfitta contro Kecmanovic). Il trionfo di Charleston (battendo nell'ultimo atto l'americano Oliver Crawford) giunge dunque tutt'altro che inatteso, per un giovane che ha dimostrato di non avere timori e di possedere invece una gran voglia di emergere.
Del resto, queste doti le avevano viste per primi Rafa e Toni Nadal: lo zio aveva preso Abdullah in accademia quando era un adolescente, il nipote ed ex numero 1 del mondo lo aveva voluto per una serie di sedute di allenamento, in particolare quando c'era da lavorare su un eventuale confronto tra mancini. E in effetti Shelbayh, qualcosa di Rafa ha preso, fatte (ovviamente) le dovute proporzioni. Ha preso il gancio stretto di diritto che manda fuori dal campo gli avversari, un rovescio piatto che comincia a fare male e in generale un'attitudine positiva. In campo e fuori. Una parentesi americana (dove peraltro aveva condiviso il team del college con Ben Shelton) non ha spostato il focus di Abdullah, oggi seguito da Adrien Vaseux (oltre che dal colosso Img), e più che mai deciso a crescere ancora, senza porsi troppe domande.
In Italia lo avevamo visto per la prima volta a Roma, nel 2017, quando vinse il titolo Under 14 al Lemon Bowl. Poi non è più passato dalle nostre parti, né tra gli Under 18, né da professionista. Anche se proprio la vittoria su un azzurro – il siciliano Salvatore Caruso – ha rappresentato una tappa importante del suo percorso, nel Challenger di Tenerife nel febbraio di quest'anno.
A fermarlo in quell'occasione fu l'inglese Peniston, contro cui Shelbayh si è preso la rivincita proprio a Charleston, in occasione del suo primo trionfo nella categoria, dopo tre titoli nei 15 mila dollari. Ora che le qualificazioni Slam sono ormai un obiettivo alla portata e che le ambizioni devono per forza farsi più grandi, Abdullah promette di non fermarsi. Mantenendo quella gioia di giocare che si porta direttamente da uno dei popoli più aperti e accoglienti del Medio Oriente.