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LA GEOGRAFIA DEL MASTERS

Quando vincevano gli americani si giocava al Madison Square Garden, con Borg si è andati a Stoccolma, nell’Era dei tedeschi a Francoforte e Hannover, con i Fab 4 a Londra

di Enzo Anderloni | 12 marzo 2019

Quando vincevano gli americani si giocava al Madison Square Garden, con Borg si è andati a Stoccolma, nell’Era dei tedeschi a Francoforte e Hannover, con i Fab 4 a Londra. E adesso è ancora l’Europa che domina

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

Ha cambiato nome tante volte, ma per tutti dal 1970 ne ha uno solo. È il Masters, il torneo dei maestri, dei campioni. L’evento unico per format che celebra gli otto migliori dell’anno. Torneo viaggiante, ha toccato quattro continenti e raccontato come nessuno la geografia cangiante del tennis maschile: si è finito sempre per giocare nel continente… dominante. A Indian Wells si è discusso della nuova sede, per il periodo 2021-2025. Le candidature raccontano le anime di questa fase di transizione, l’ancoraggio alla tradizione (Londra e Manchester), l’apertura al nuovo, Singapore o Torino, al futuristico, nell’Italia seconda per titoli vinti nel 2018 e con due Top 20 in classifica dopo 40 anni.
Ma riavvolgiamo il nastro. Dopo la sperimentale prima edizione a Tokyo, nel 1971 si giocò a Parigi, anche se partecipa un solo giocatore di casa, Pierre Barthès, campione di doppio allo Us Open 1970. Dal 1972 si cambia formula, rimasta sempre uguale da allora. Si va a Barcellona nell’anno della semifinale a Wimbledon di Manolo Orantes e del trionfo a Parigi di Andres Gimeno, il più anziano a vincere il Roland Garros.

Dagli USA all’Australia
Nel 1973 cambia il ranking, inizia l’era computerizzata. Nel 1974 in Top 10 a fine anno sarebbero arrivati tre statunitensi (Jimmy Connors, Stan Smith e Arthur Ashe) e tre australiani (John Newcombe, Ken Rosewall, Rod Laver): il Masters asseconda la tendenza. Il 1973 era stato il grande anno degli Aussie, che trionfavano a Cleveland in Coppa Davis con il quartetto probabilmente più forte di sempre (Laver, Rosewall, Anderson, Newcombe), ma il Masters si giocò a Boston. L’edizione di Melbourne 1974 arriva invece alla fine della miglior stagione di Connors che vince tre Slam su quattro e chiude da numero 1.

Nel 1975, dopo il secondo titolo di fila al Roland Garros, esplode la Borg-mania. Quando Stoccolma ospita il Masters alla Kungliga Tennishallen, le tribune sono sempre piene. Per la finale con Nastase, che con lui va d’accordissimo, la tv svedese prevede una diretta lunga e sacrifica dal palinsesto una partita di bandy (disciplina simile all’hockey su ghiaccio molto amata nel Nord Europa, ndr) e una gara di sci. Nastase stravince in poco più di un’ora.

Dopo l’edizione “lunare” di Houston (1976), a pochi chilometri dalla sede della NASA, senza i vincitori Slam di quell’anno, il Masters raggiunge la sua sede iconica, il Madison Square Garden di New York, e cambia anche collocazione in calendario. L’edizione 1977 si gioca a gennaio 1978, anticipando l’altra rivoluzione, lo Us Open a Flushing Meadows.

Una nuova epoca
Nel 1978 al Masters in campo ci sono sette americani su otto. McEnroe, il più giovane vincitore, batte Ashe, il più anziano finalista. È l’alba di una nuova epoca. Al Madison finisce come una supernova la stella di Borg, che nel 1980 vince il suo ultimo titolo nel torneo contro Ivan Lendl, il ceco diventato più americano degli americani che non mancherà una finale al Masters fino al 1988. Vince il primo titolo contro Vitas Gerulaitis, esempio di un tennis ancora più gioco che sport, e l’ultimo contro Mats Wilander. Nessuno in campo in quel 1980 c’era ancora nel 1988. Solo Lendl, passato dalle sfide con Connors e Vilas a quelle con Andre Agassi, Boris Becker, Stefan Edberg. Lo svedese vince l’ultima finale newyorchese nel 1989, ma è il tedesco a muovere le passioni. Il Masters, che con la riforma del calendario si chiama dal 1990 ATP Tour World Championship, segue l’onda e si sposta in Germania.

Master Bum Bum
Alla Festhalle di Francoforte, “Bum Bum” Becker vince gli ultimi due dei suoi tre titoli; Michael Stich celebra l’unico su Pete Sampras, battuto in finale solo in quell’occasione nella storia del torneo. Il Masters resta in Germania per tutti gli Anni ‘90, anche se dal 1996 si sposta a Hannover: qui Sampras vincerà su Becker una delle migliori finali di sempre. Lisbona accompagna nel 2000 l’unico trionfo del lusofono Guga Kuerten. Il brasiliano avrebbe potuto giocare in casa l’edizione 2001 del torneo, nel frattempo Tennis Masters Cup, da testa di serie numero 1, ma l’impianto di San Paolo non è pronto. Si gioca allora a Sydney e l’anno dopo a Shanghai, geografia del biennio da dominatore di Lleyton Hewitt.

Jim McIngvale, uomo d’affari e filantropo texano, investe dieci milioni di dollari per riportare il Masters a Houston, stavolta però al West Side Tennis Club. Sogna di rivedere la finale del torneo Atp che la città ha ospitato ad aprile. Vinse Agassi, per cui McIngvale fa un tifo scoperto, su Roddick, fermato al Masters da Roger Federer, che inaugura l’era dell’esperienza religiosa (Foster Wallace docet). “Credo sia importante che il tennis riesca a trovare nuovi orizzonti”, dice Roger dopo aver dominato tutto il 2004, Finals comprese. Il battesimo migliore per il ritorno a Shanghai, al Qizhong Stadium con tetto mobile in otto parti che si apre come un fiore. E come un fiore, nell’anno del suo primo Slam, sboccia Novak Djokovic che conquista nel 2008 l’ultima edizione asiatica del torneo.

Nel cuore d’Europa
Roddick e Del Potro sono gli unici non europei in campo a Shanghai. Il torneo, che dal 2009 si chiama ATP Finals, si sposta a Londra, nel cuore dell’Europa che guarda al mondo (oggi in tempo di Brexit un po’ meno). Si giocherà alla O2 Arena, sulla linea del meridiano di Greenwich che ha scandito il decennio dei Fab Four fino al 2020. La nuova sede, dal 2021, racconterà il tennis che verrà nella stagione dei nuovi maestri.