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Se un allenatore chiede passione e impegno, deve anche darli in cambio al suo atleta. Vediamo quanto può essere utile - a entrambi - la meditazione. L'obiettivo? Stare “dentro le situazioni” e creare “Aria Buona”

di Giampaolo Coppo, I.S.F. R. Lombardi - foto Getty Images

personal 1 2Sullo scorso numero abbiamo cominciato a parlare di cose difficili, perché siamo abituati tutti a vedere i difetti negli altri, molto meno in noi stessi. Ma se cominciamo a ragionare in questo modo, cioè che entrambi allenatori e giocatori continuiamo a fare il nostro lavoro a prescindere da come vanno le cose, allora si stabilisce un “patto” di fiducia reciproca con i nostri giocatori. Fiducia che nella mia esperienza ha portato risultati assoluti.

Da lavoro a passione
Certo allenare secondo quest'ottica (e secondo quanto enunciato sul numero scorso) non è più un lavoro. Diventa vita, passione... con gioia e dolore annessi. In un una “situazione allenante” tutti gli allenatori devono condividere la stessa logica. Non dico che tutti debbano essere una sorta di monaci che dedicano la vita al tennis, ma la logica appunto deve essere questa. Ognuno deve essere sincero negli impegni che prende, non deve far prediche ma stare attento a fare quello che chiede ai suoi ragazzi. In termini di impegno, professionalità. Se l'allenatore chiede passione e poi non “vuole” ma “deve” andare a vedere i suoi giocatori ai tornei - che è poi vederli nella realtà perché al di fuori del torneo non c'è realtà -; se chiede impegno e poi sta al telefonino e non vedere l'ora che l'allenamento finisca; allora l'unica cosa che starà veramente facendo sono soltanto delle grandi prediche.

personal 2 2La meditazione
Sto parlando di cose difficili perché per comportarsi in questo modo non basta l'impegno, bisogna essere in un certo modo. Personalmente pratico la meditazione da più di dieci anni, mi ha aiutato a capire come funziona il mio modo di pensare. Non ha nulla di religioso né di mistico. Si tratta di stare con quello che c'è. Mi ha insegnato a non andarmene quando sono in difficoltà, non sempre, solo quando riesco. Ma almeno se me ne vado lo so. E non è poco.
Quando dico “andarmene”, intendo dire che quando c'è una difficoltà seria, l'abitudine è scappare, non stargli dentro.

Essere dentro le situazioni
Faccio Qualche esempio tennistico: palla decisiva, tensione forte, “non ci sto dentro” ed esco dalla situazione. Se poi tiro una pallata o magari una palla corta non cambia. Non ho deciso né l'una né l'altra cosa, semplicemente non sono stato dentro la situazione. A Mara Santangelo (che Coppo ha allenato per anni, n.d.r.) chiedevo, quando sentiva arrivare la paura, di farla venire come un'amica. Perché era una cosa sua, una parte di sé, la controparte dell'amore che aveva per il tennis. Le chiedevo di prenderla per mano. Ricordo perfettamente la prima volta che lo fece, dopo un paio d'anni di lavoro su questa cosa. Giocava il primo turno degli US Open contro Lisa Raymond, fortissima in doppio. Serviva sul 5 3 al primo. giocò quattro pallate senza senso, se ne era andata. Al cambio campo la guardo tranquillo e lei mi fa cenno che ha paura ma che se ne è accorta e che va bene così. Sarà un caso ma penso sia stato il suo torneo più bello, sicuramente il più sereno. Perse al terzo turno con Mauresmo, dopo essere stata in vantaggio nel terzo set. Il tutto dopo che i giornali americani avevano scritto di una ragazza italiana il cui tennis ricordava quello di gattone Mecir.

personal 3 2Essere “a posto”
Di quel torneo ricordo anche un altro aspetto. Mara, che era attentissima alle sfumature professionalmente (per esempio scaldarsi sempre con giocatrici di caratteristiche simili alle avversarie) e che si innervosiva se le condizioni non erano ottimali, in quell'occasione si scaldava con un ragazzo tranquillo, simpatico, del valore di un 3.4 tutti i giorni. Se non fosse stata serena non ci si sarebbe allenata mai! In quella situazione “era a posto”: faceva il suo lavoro. Così pratico, con i maestri e i giocatori che lo vogliono, meditazione tutti i giorni. Alcuni la praticano per qualche secondo durante i cambi di campo, salvo poi attivarsi quando vanno dalla seggiola all'altra parte del campo. Nella mia logica di lavoro la meditazione è fondamentale.

L'aria buona
Forse riassumerei quando detto in questo articolo, e in quello precedente, parlando di Aria Buona. Chi viene da fuori deve “sentire” un ambiente dove si lavora duro, magari ci si incazza anche, ma dove c'è forza, serenità, zero lamentele dei ragazzi o facce dei maestri che sembra dicano “ma come fai a giocare così male o a sbagliare palle come queste?”. O ancora maestri che invece di giocare intensamente con i loro ragazzi fanno mille prediche. Io faccio il mio lavoro, provo il mio meglio, provo a pensare giusto, se è così qualunque errore è lecito e qualsiasi errore non avrà più il potere di togliermi forza.