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Dai circoli di Taranto e Brindisi, al Centro tecnico di Bari a quello nazionale. Il maestro che seguì la loro attività da piccole e che oggi è il responsabile dell’Istituto di Formazione Roberto Lombardi racconta com’erano Flavia e Roberta da piccole. E come sono diventate grandi

di Michelangelo Dell’Edera

storie 31 prima w1Un’emozione fortissima per me vedere Flavia Pennetta e Roberta Vinci contendersi il titolo degli Us Open. Incredibile. Specie quando mi torna in mente la prima immagine di Roberta. Aveva otto anni e mezzo. Me la fecero vedere i genitori al Circolo Tennis Galatina. Mi avevano detto che sarebbe diventa brava. Ne rimasi sorpreso. Toccava la palla come nessuna. E la sensibilità è una dote che non si costruisce. Flavia invece aveva dieci anni quando ebbi modo di osservarla sul campo, all’Angiulli a Bari. Aveva grinta, talento. Al Comitato regionale pugliese decidemmo quasi subito che quelle due avrebbero dovuto giocare insieme. Le mettemmo nella stessa squadra anche se Flavia era un anno più grande.

Gli allenamenti da piccole Allora ero il responsabile tecnico del comitato, il presidente Barbone e il consigliere Fit Costantino mi avevano ingaggiato full-time per il Comitato. Con un contratto “a stipendio zero”. Collaboravo con la scuola maestri, facevo il direttore ai Centri Estivi. Creammo una scuola Prototipo all’Olimpic Center, una struttura privata vicino a Bari. E dal lunedì al venerdì seguivo la Scuola Prototipo. Sabato e domenica si facevano raduni tecnici. Si sperimentava, facevamo un’attività bella. Già allora si dava molta importanza alla preparazione fisica. Ero ancora studente alla facoltà di Scienze motorie dell’Università di Urbino. Da lì prendevo molti spunti. Per esempio: Roberta aveva problemi nel lancio di palla al servizio. Le facevo giocare a pallamano fuori dal campo e dovevano passarsi la palla con la mano non dominante, nel suo caso la sinistra. Addirittura la facevo giocare a bocce per farle capire che doveva accompagnare la palla nel servizio, non lanciarla. Flavia, che aveva problemi di coordinazione arti inferiori/arti superiori, legato al fatto che aveva leve molto lunghe, la facevamo giocare a pallavolo perché schiacciasse. O a basket, chiedendole di fare il tiro in sospensione.

storie 31 prima w2 Cominciammo a giocare diritto e rovescio al volo, nel 1992, quando questi colpi ancora si vedevano pochissimo. Mi ricordo un tecnico federale che venne a vedere i nostri raduni a Bari e voleva cambiare la presa di diritto a Roberta. Lei usava una semi-western che era al di fuori dei canoni di allora: la Scuola Nazionale Maestri insegnava a utilizzare la eastern. Io sono convinto che oggi Flavia e Roberta valgono tranquillamente le prime cinque giocatrici al mondo, perché sono state formate per poter giocare su qualsiasi superficie contro qualsiasi giocatore. Hanno talento e testa. Educazione e colpi. E famiglie fantastiche. Famiglie che hanno tutelato, ciascuna a suo modo, le loro ragazze lasciandole divertire, aiutandole nelle scelte giuste. Flavia e Roberta non sono uno straordinario esempio soltanto per gli sportivi ma anche per i genitori: il loro successo insegna a tutti coloro che hanno i figli agonisti a stare un passo indietro, supportarli senza opprimerli.

Volée, un divertimento I flash dei fotografi che scattano sull’Arthur Ashe mi richiamano immagini e aneddoti perduti nel tempo. Per esempio, mi ricordo benissimo quella volta che giocammo la Coppa delle Regioni a Palermo, nel 1996. Roberta aveva 13 anni. Era stata convocata insieme a Flavia. Le capitò di dover affrontare una ragazza che a quell’età assomigliava già alla Williams: quasi un metro e 90, enorme in confronto a lei.

storie 31 prima w3Era della squadra umbra, si chiamava Cribellati. Roberta perse il primo set facile, 6-1, perché soffriva la fisicità di questa avversaria enorme. A quel punto ci guardammo e io le chiesi: “Ma tu ti stai divertendo?”. Mi rispose: “No, maestro. Non mi diverto a giocare così, sto soffrendo”. E io: “Stai soffrendo perché giochi 5 metri dietro la riga di fondocampo. Cerca di divertirti”. Lei:“Sì, maestro ma che cosa devo fare per divertirmi? Io: “Che cosa ti piace fare quando giochi a tennis?”. Lei: “Eh, maestro, qualche volta battere e scendere a rete. Oppure seguire la risposta a rete”. Io: “Perfetto allora, per divertirti devifare proprio questo”. Gli altri due set durarono 45 minuti. E abbiamo sorriso tutto il match.

storie 31 prima w4Il punteggio di Flavia Mi ricordo benissimo anche il match di Flavia con la Meruzzi al torneo internazionale Under 14 Stagno d’Alcontres di Messina. Lei non era in Nazionale. Papà “Ronzino”, affinché la potessi accompagnare e visto che il Comitato regionale non aveva soldi, mi regalò dei buoni per la benzina. Lei allora non era considerata dal Settore Tecnico Nazionale. Arrivò nei quarti di finale contro Giulia Meruzzi, che era la testa di serie n.3, e vinse con il punteggio classico di Flavia, che era intermittente, tipo 6-0 0-6 6-4. Si accendeva, si spegneva e poi si riaccendeva. Mi viene in mente anche un altro momento con Flavia. Fu al Centro di Lizzano in Belvedere, prima del torneo Under 14 di Pescara. Ero il direttore del Centro Estivo di Lizzano e siccome portavo dalla Puglia circa 300 allievi, la ‘Luigi Orsini’, società che gestiva i centri federali, mi dava delle gratuità che io regalavo ai ragazzini del Team Puglia, nel quale c’era anche Flavia. La feci allenare per due settimane, in modo incredibile, sul piano fisico. Poi andò al torneo di Pescara. Lo vinse. Mi chiamò e mi disse: “Mae’, arrivo così tanto tempo prima sulla palla che posso guardare chi c’è in tribuna, chi è il giudice arbitro, l’avversario e faccio punto lo stesso”.

Roberta via da casa a 13 anni Roberta è andata al Centro Tecnico nazionale a 13 anni, è stata la prima in assoluto a farlo. Aveva appena finito la seconda media ma c’erano delle problematiche organizzative con il circolo che spinsero la famiglia e me a prendere questa decisione. Flavia invece è rimasta in Puglia fino a 15 anni. E’ andata al Centro Tecnico nazionale al secondo anno under 16, perché fino a 14 anni non vinceva moltissimo. Poi cominciò a farlo ma quando arrivò la prima convocazione informale con “Ronzino” e Conchita, i suoi genitori, decidemmo di tenerla ancora un anno in regione. Per innalzare la qualità del suo allenamento creammo una struttura tecnica periferica a Mesagne, tra Brindisi e Taranto. Oltre alla Pennetta e alla Vinci, c’era in Puglia un’altra ragazzina che giocava molto bene,Valentina Imperio, che oggi è una maestra molto brava. Quindi il martedì e il giovedì Flavia da Brindisi e Valentina da Taranto, si incontravano a Mesagne dove il comitato regionale aveva bloccato questo campo coperto e messo a disposizione Bobo Ciampa, che era tornato dal fare lo sparring a Mary Pierce. Flavia era seguita giorno e notte da sua zia, Elvy Intiglietta.

storie 31 prima w5Avevamo organizzato tutto: martedì e giovedì a Mesagne, il fine settimana a Bari, una volta a Brindisi. Quindi Flavia aveva 5, 6 giorni di allenamento di qualità garantiti. Dopodichè quando vinse i campionati under 16 in finale su Anna Floris, al secondo anno under 16, decise di accettare la convocazione. Lì si sono reincrociate le vite di Flavia e Roberta. Hanno cominciato a vincere insieme. Prima la Summer Cup Under 16, un vero campionato del mondo; l’anno dopo il Roland Garros under 18 in doppio. Sono state insieme per due anni e mezzo. Si sono ridivise a 18 anni e mezzo quando Flavia si è trasferita a Milano, a Milano con Barbara Rossi. Sono stati tre anni formativi importanti con Barbara perché Flavia aveva ricominciato a perdere, non riusciva a fare il salto di qualità. E lì Barbara è stata bravissima a impostare un certo tipo di lavoro. Roberta invece si fermò al Parioli di Roma con Vittorio Magnelli. Tra l’altro a 18 anni si era rotta un polso. Giocava il rovescio a due mani. Decise di continuare con una mano sola. E ora quello è diventato il suo marchio di fabbrica.

Quando volevano smettere... Si sono allontanate ancora di più quando Flavia decise di andare con Gabriel Urpi in Spagna, a Barcellona. Roberta invece, a 22/23 anni, voleva smettere di giocare. Incontrò i ragazzi del team di Francesco Cinà, durante il torneo internazionale da 125.000 dollari di Palermo. La convinsero a continuare a giocare e a spostarsi per gli allenamenti. Riuscì ad avere una certa vita famigliare che le mancava da quando era al Centro Tecnico. Cioè da quando aveva 13 anni. Anche Flavia una volta mi disse che voleva smettere di giocare. Fu alla Coppa Lambertenghi, Campionati Italiani Under 12. Perse al primo turno con una ragazza di Napoli, Somma si chiamava. Non smetteva di piangere. Ora invece sono grandi, grandi in tutti i sensi. Il tennis ti insegna a risolvere da solo i problemi, a gestire gioie e dolori, rabbia e voglie. Sono brave e lo saranno anche quando smetteranno, qualsiasi cosa decideranno di fare.