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Non sarà mai McEnroe, Connors o Agassi. Ma Donald Young è tornato a ridosso dei Top 50 proprio grazie agli Us Open, dove tutti lo aspettavano, fin dai tempi delle copertine di Newsweek e del NY Times

di Alessandro Nizegorodcew - foto Getty Images

focus 30 w1“Piccolo, leggero, 15 anni, sulla strada della gloria”. Recitava più o meno così l’articolo di Newsweek del dicembre 2004 dedicato a Donald Young, grande promessa del tennis a stelle e strisce. Primo americano a vincere gli Australian Open Junior, primo afro-americano a raggiungere la vetta del ranking giovanile, primo statunitense a trionfare a Wimbledon under 18. Donald Young doveva essere l’erede di Andre Agassi e Pete Sampras, la nuova stella pronta a proseguire l’epopea del dominante tennis yankee. Nel giugno 2007 il New York Times titolava: “Prodigy’s End”, la fine del bambino prodigio. Dalla grande esaltazione alla cocente delusione. Ma come spesso accade il tennis riserva inenarrabili sorprese.

focus 30 w3Dalla vetta junior alla crisi del 2012 - Nato a Chicago, Illinois, il 23 luglio 1989, Young cresce tennisticamente grazie al lavoro dei genitori-coach Donald Sr e Illona. I risultati a livello giovanile sono subito molto incoraggianti e, nel 2003, a 14 anni appena compiuti, giunge il primo titolo under 18 in un un evento di grado 5 texano. Nel 2005 spicca il successo a Melbourne (con conseguente vetta del ranking) e, due anni più tardi, la coppa sollevata a Wimbledon. La carriera professionistica inizia nel migliore dei modi, con tanti buoni risultati a livello Futures e Challenger, seguiti da una importante continuità nel circuito Atp. Il best ranking, datato 27 febbraio 2012, recita numero 38 del mondo. Quel giorno, però, qualcosa si rompe nel tennis (e nella testa) di Young, che mette in fila 17 sconfitte consecutive chiudendo l’anno alla piazza numero 190. Una débalce totale, una crisi apparentemente senza fine, i media che condannano e gli addetti ai lavori che criticano.

Dall’ombra alla luce - Ma Young non ha alcuna intenzione di mollare, si allena, lavora, sogna di tornare nel gotha del tennis, solo sfiorato nel 2012. Ricominciare dai challenger non è mai semplice, bisogna avere l’umiltà di calarsi nelle sabbie mobili del circuito, affrontare e analizzare sconfitte apparentemente inspiegabili. Nel 2013 arrivano i successi a Leon, Napa e Sacramento, tutti sul veloce, la superficie più amata e che meglio si adatta al tennis brillante di Young. La scalata è celata nell’ombra, ignorata dai media, lenta ma costante, lontana dalle luci dei riflettori.

focus 30 w4 Oggi, a New York, la stella di Donald Young è tornata a brillare. Gilles Simon, Aljaz Bedene e Viktor Troicki, tutti battuti recuperando uno svantaggio di due set grazie a un tennis champagne ricco di colpi vincenti e, soprattutto, tatticamente intelligenti. Un exploit giunto in casa, agli Us Open, dove tutti lo hanno sempre atteso, non ripagati, come l’enfant prodige pronto a stupire. “Negli anni ho lottato contro me stesso - ha raccontato Young - vivendo momenti positivi e negativi. Ho combattuto e, per fortuna, non ho mai pensato di cedere. Oggi vedo giocatori ben oltre i 30 anni che raggiungono risultati straordinari. Io ne ho solamente 26 e spero che il meglio debba ancora venire”. Donald non sarà mai un campione, non vincerà mai uno Slam e non potrà mai rappresentare il grande erede del tennis a stelle a strisce dei Connors, McEnroe, Sampras, Agassi e Roddick.

focus 30 w2Top 50 - Da lunedì prossimo tornerà a ridosso dei Top 50, dimostrando di poter essere un professionista esemplare, dal buon talento, che può rappresentare più che degnamente la bandiera statunitense in giro per il mondo. Chissà che qualche giovane in difficoltà, considerato a torto “il futuro del tennis internazionale”, non possa prendere ispirazione dalla storia di Donald Young. Che per capire il proprio valore è dovuto cadere per potersi rialzare e raggiungere la gloria. Non quella paventata da Newsweek undici anni fa, bensì il successo rappresentato dal raggiungimento delle proprie massime potenzialità.