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Dalla racchetta dei grandi magazzini ai ‘pro’, il futuro del tennis spagnolo si racconta: “Mio padre non ha voluto che facessi il pugile e mi ha spinto al tennis. Voglio uno Slam, ma la priorità è crescere, anche come persona”

di Alessandro Nizegorodcew - foto Arata Yamaoka

dav 1Tennis moderno, grandi accelerazioni, sangue russo-svedese e cultura del lavoro iberica. Alejandro Davidovich Fokina rappresenta presente e futuro del movimento spagnolo. Il diciannovenne di Malaga, già vincitore a Wimbledon Junior nel 2017 e oggi al numero 172 del ranking, sembra avere tutte le carte in regola per raggiungere i piani alti del circuito Atp.

La storia
Nato a Cala del Molar (Malaga) il 5 giugno 1999 da padre svedese e madre russa, Alejandro Davidovich Fokina è cresciuto a pane e tennis.
“Credo di aver preso in mano la mia prima racchetta intorno ai due anni - ci racconta il giovane spagnolo - ed era più grande di me. Fu mio padre Eduard, ex pugile, a farmi provare il tennis. Non ha mai voluto, invece, che salissi sul ring, evitandomi di essere preso a pugni in faccia. Mio papà mi ha insegnato i rudimenti, ma il mio primo maestro è stato Gustavo Casero. Fino agli 11 anni mi sono allenato con Manolo Rubiales, mentre oggi il mio coach è Jorge Aguirre”.

dav 2La famiglia Davidovich è umile, tanto che da bambino il biondissimo Alejandro gioca i tornei con una racchetta da pochi euro acquistata in un grande magazzino.
Nel marzo del 2015 disputa il suo primo evento Itf under 18 in un G2 spagnolo e, dopo essere partito dalle qualificazioni conquistando complessivamente 7 vittorie consecutive, si ferma in finale. Nell’aprile 2016 arriva in finale anche nel prestigioso Trofeo Juan Carlos Ferrero, una vera istituzione in Spagna, nella quale viene stoppato dal ‘gemello’ Nicola Kuhn (altro iberico, biondo, di origine straniera). Un anno dopo torna in finale nel medesimo evento, alzando stavolta le braccia al cielo dopo il successo sull’irlandese Simon Carr. Davidovich si presenta nel 2017 all’All England Club e, senza perdere un set, domina il torneo dal primo all’ultimo turno battendo in finale l’argentino Axel Geller 7-6 6-3. “Una settimana unica e indimenticabile, che porterò con me per tutta la vita”.

Il salto tra i ‘pro’
Il 2018 è l’anno del primo titolo nel circuito professionistico, ottenuto sul cemento outdoor di Quinta do Lago, in Portogallo. Da lì inizia la scalata, che parte dalla finale del Challenger di Stettino nel mese di settembre sino all’ultimo atto di Bangkok di poche settimane fa.
“Il passaggio al professionismo ha rappresentato il più grande cambiamento della mia vita - ha spiegato ancora Davidovich -. La cura dei dettagli, le responsabilità in aumento, la cultura del lavoro giorno dopo giorno, sono elementi fondamentali per una crescita costante ed esponenziale”.

dav 3Sogni e obiettivi
Alejandro non si nasconde e punta in alto. “Il mio grande sogno è conquistare un torneo dello Slam, questa volta però nel circuito professionistico. Non c’è un torneo in particolare che vorrei conquistare, anche perché penso di potermi adattare, per caratteristiche, a ogni tipo di superficie. L’obiettivo per il 2019? Non ne ho in termini di classifica, voglio migliorare come tennista e ancor di più come uomo”.

Mix di culture e passioni
Ma chi è Davidovich Fokina fuori dal campo? “Amo il pugilato - racconta -, una passione tramandatami da mio papà. Il mio idolo è Floyd Mayweather, perché ammiro molto il suo autocontrollo sul ring oltre alla capacità di scegliere il colpo migliore per ogni singolo momento. Una caratteristica che, a mio avviso, ricorda molto il tennis. Nel tempo libero amo cucinare, una passione che sa rilassarmi come poche cose al mondo”. Padre russo, madre svedese, cuore spagnolo, Alejandro è cresciuto in un invidiabile mix di culture. “I miei genitori rappresentano il pilastro della mia vita e della mia crescita. Le loro diverse storie mi hanno dato tanto sotto tutti i punti di vista, anche se io sono spagnolo e mi sento profondamente spagnolo. Non a caso il mio idolo assoluto è David Ferrer: la sua capacità di stare in campo, lottare, con correttezza e grinta, è un modello incomparabile. La finale a Bangkok? Non significa nulla, è soltanto un buon risultato nella mia strada per migliorarmi e salire di livello”.