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Il successo di Naomi Osaka dà un bello scossone al tennis femminile. Vittoria meritata ma l'affaire Ramos-Williams ha segnato la finale e lascia ancora un lungo strascico di polemiche. Serena l'ha accusato di sessismo...

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

trofeoIn un contesto come quello contemporaneo, quando le parole “razzismo” e “sessismo” si sentono in continuazione, quando anche uno spot o una serie tv creano schieramenti e fazioni contrapposte, quanto accaduto sabato notte durante e dopo la finale femminile degli US Open si può considerare una specie di tempesta perfetta. Un concatenarsi di piccoli eventi e circostanze che produce qualcosa di potenza esponenzialmente superiore. Mentre Naomi Osaka vedeva il suo sogno di una vita - giocare la finale di Flushing Meadows contro il suo idolo di sempre - trasformarsi in una vicenda grottesca e a tratti francamente orribile, Serena Williams e il giudice di sedia Carlos Ramos diventavano i feticci con cui o contro cui schierarsi per la maggior parte del globo. I detriti sollevati da questo tornado si depositeranno solo tra un po’. Prima di allora sarà quasi impossibile vedere le cose con chiarezza. Nel frattempo, occorre partire dai pochi punti fermi, quelli su cui si può essere tutti d’accordo. Il primo: Naomi Osaka, nata nell’ottobre 1997 nella città omonima, è una splendida interprete del suo sport, dei suoi 20 anni e della sua contemporaneità. Di padre haitiano e madre giapponese, cresciuta negli States, il suo essere multietnica e la sua personalità poliedrica la rendono un personaggio che va molto oltre il suo splendido tennis, quello con cui ha dominato uno Slam da capo a fondo.

naomi 1Il salto di qualità
Dopo un’estate piuttosto sommessa, con sconfitte precoci sui campi di Washington, Montreal e Cincinnati, a New York Naomi ha ingranato una marcia che nessuna ha saputo imitare: un solo set smarrito, negli ottavi contro Aryna Sabalenka, su sette incontri. Passione e disincanto, arguzia e ingenuità, dolcezza e potenza, sono tutti caratteri apparentemente in contraddizione che vanno a comporre un mosaico da cui è impossibile non rimanere affascinati. Il suo trionfo a Indian Wells a marzo era stato una sorta di promessa, che Naomi ha mantenuto dopo appena sei mesi, qualche settimana prima di avere l’età legale per bersi una birra nella nazione in cui si è formata, gli Stati Uniti. Il suo gioco è fatto di timing eccezionale, su entrambi i lati, e di un servizio sorprendente ulteriormente affinato da Sascha Bajin. L’ex sparring partner di Serena, in lacrime come la sua giovane assistita durante la premiazione più tesa e difficile degli ultimi anni, ha dato a Naomi quella fiducia che le era mancata per fare il definitivo salto di qualità. Detto questo, spiace da morire che Naomi sia diventata forse la prima campionessa Slam vittima di una finale che ha vinto, a tratti dominando.

arbitroRamos l'inflessibile
Si può essere tutti d’accordo anche su questo: Carlos Ramos è un arbitro noto per il suo essere ligio al regolamento e tutt’altro che nuovo a screzi con i giocatori. Solo contando l’ultimo paio d’anni, il giudice di sedia portoghese è stato protagonista di battibecchi o litigate con Nadal (warning per “time violation” al Roland Garros 2017), con Murray (warning per “verbal abuse”, lo stesso ricevuto da Serena sabato sera, alle Olimpiadi di Rio 2016), con Venus (per “coaching” al Roland Garros 2016), con Djokovic (più volte, tra cui una violazione per “verbal abuse” durante il Roland Garros 2017 e una recentissima per “abuso di racchetta” durante lo scorso Wimbledon). Il suo approccio si può apprezzare o detestare. Molti l’hanno criticato per non aver saputo leggere una situazione particolare che l’applicazione pedissequa del regolamento ha solamente peggiorato, altri l’hanno lodato per non aver piegato le regole alla campionessa di turno.

serena 1Il passato di Serena
Infine, tra i fatti incontrovertibili ci sono quelli che popolano il passato di Serena. Ha subìto ingiustizie di ogni tipo, su tutte la semifinale del Roland Garros 2003 contro una Justine Henin molto furbo (e davanti a qualche migliaio di tifosi sfacciatamente razzisti) e la semifinale degli US Open 2004 contro Jennifer Capriati e Mariana Alves, giudice di sedia (guarda caso portoghese) che sbagliò una mezza dozzina di chiamate, tutte contro Serena. Gli US Open sono però noti per tirare fuori il peggio di Serena, come accaduto nel 2009 nella semifinale contro Kim Clijsters (“Ti infilerei questa palla in gola”, rivolta alla giudice di linea che le aveva chiamato un fallo di piede) e nel 2011 nella finale contro Sam Stosur (“Sei brutta dentro”, alla giudice di sedia Eva Asderaki), partite entrambe perse per meriti delle avversarie. Come in quelle occasioni, Serena dovrà pagare una multa, quest’anno da 17.000 dollari.

ultimaUn po' e un po'
Preso in considerazione tutto ciò, si possono azzardare un paio di conclusioni. Soprattutto per la sua storia personale e il suo stile di condurre la gara, quando Ramos ha ammonito Serena per i gesti del suo coach Patrick Mouratoglou, all'inizio secondo set, non ha fatto nulla che si può addebitare a razzismo o sessismo. Per gli stessi motivi, ovvero storia personale e precedenti, Serena ha perso il controllo dei propri nervi per pressione e aspettative enormi che non è più riuscita a controllare. Dopo la maternità e il parto di un anno fa, Serena ha cementato il suo status di donna capace di superare ogni difficoltà, dalla povertà e dai proiettili di Compton ai ricoveri d’urgenza in ospedale fino a diventare “la più grande atleta di sempre”, come sostiene l’imponente campagna pubblicitaria Nike appena partita in America, che per la sua politicità (è dichiaratamente anti Trump) nei giorni scorsi ha sollevato un polverone. Non potremo mai sapere con certezza se nell’anticamera del cervello di Ramos ci fosse la volontà di essere protagonista e il desiderio di affermare il proprio potere, come sostengono in molti, oppure stesse cercando di applicare al meglio le regole. Come non potremo mai sapere se Serena in buona fede pensasse di essere davvero ricaduta in uno dei tanti soprusi che ha incontrato lungo la sua strada, oppure abbia tentato invano di sfruttare la carta della discriminazione per cercare di coprire una brutta figura. Sarebbe sufficiente accettare che, per quanto paradossale, è molto probabile che ognuna delle ipotesi opposte sia vera, almeno un po’. E ricordarsi di festeggiare l’arrivo di una nuova campionessa, Naomi Osaka.