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Il grande mancino argentino, che macinava avversari sulla terra battuta e scriveva poesie, sarà premiato a Roma, dove ha scritto splendidi capitoli della sua storia tennistica. E dove si è sempre sentito a casa

di Alessandro Mastroluca

2 panatta vilasUn tennista, diceva Guillermo Vilas, “deve dipingere la Monna Lisa tre o quattro volte l’anno”. L’argentino, che sarà premiato al Foro Italico con la Racchetta d’oro, il campione che scriveva poesie nelle camere d’albergo, l’ha fatto.
Il Foro ne intuisce la grandezza nel 1974. Si spinge fino alla semifinale e vince i primi due set contro la leggenda venuta dal freddo per indicare il futuro, uno svedese che fa orso di nome e fortezza di cognome. Si chiama Bjorn Borg, rimonterà Vilas e vincerà il torneo con la disinvoltura genuina dei giovani predestinati. L’anno successivo, nel 1975, Vilas perde nettamente in semifinale contro Manolo Orantes. Il 1976 è un anno che il fin troppo appassionato pubblico degli Internazionali BNL d’Italia ricorda bene. Vilas cede un set all’esordio contro Victor Amaya, supera Billy Martin, Vitas Gerulaitis, Corrado Barazzutti e torna per la terza volta in semifinale.

Un tango da... poeta
I due break a zero in avvio di fatto azzerano le possibilità dello statunitense Eddie Dibbs, un regolarista molto meno completo del Giovane Toro delle Pampas. “Non è stato un match facile, ho sudato più che contro qualunque altro avversario quest’anno”, spiega dopo il 6-1 6-3 6-2. Il tango del poeta Vilas, finalista dodici mesi prima al Roland Garros, si spegne in finale contro Adriano Panatta.

1 Guillermo Vilas 80Nel 1977, la stagione da leggenda per cui invano ha cercato di farsi riconoscere come numero 1 a posteriori, vince 17 tornei e 145 partite. Ha iniziato a lavorare con Ion Tiriac, che gli cambia la vita almeno quanto Rod Laver, cui deve il consiglio di giocare il dritto col braccio più teso. Ma a Roma non passa il secondo turno. Torna nel 1979 e sarà ancora finale, la più lunga allora per numero di game nel torneo. Vitas Gerulaitis, il re delle notti bianche e dello Studio 54, vince al quinto set portato in trionfo dai diecimila estasiati tifosi sul Centrale.

1980, il capolavoro
Gli sportivi d’Argentina si possono dividere in due grandi categorie. Ci sono quelli che vedono lo sport come sforzo e sudore, grinta, e rivalsa. E poi c’è lo sport come bellezza, come un’armonia del tango. Vilas, che mette il lavoro al servizio dell’ispirazione, è il punto di fusione di queste due anime. E nel 1980, l’anno del cinquantenario degli Internazionali BNL d’Italia, è uno dei protagonisti più attesi. Alla Coppa delle Nazioni, poche settimane prima, ha interrotto le 49 vittorie di fila di Borg, il grande assente al Foro. Ma ad Amburgo, la settimana prima di Roma, ha perso una finale fin troppo dispendiosa contro Harold Solomon. Vorrebbe scendere in campo per il primo turno il più tardi possibile, e la pioggia lo accontenta. La stessa pioggia che costringe a far giocare al sabato i quarti e le semifinali. L’argentino supera Ramirez e Teltscher e sfida Noah in una finale di nostalgia e giovanile entusiasmo. Vilas vince i primi otto game in poco più di mezz’ora. E il resto è storia.

Dopo la semifinale del 1981, i suoi risultati a Roma vanno in calando. Gioca la sua ultima partita nel 1988, l’anno del primo trionfo di Gabriela Sabatini. Due campioni simili, fragili e perfezionisti, belli e insicuri. “Anche se ho voluto amarti” recita il verso più celebre di un tango tra i più famosi di sempre, Tarde, “non posso più, perché dentro l’anima ho paura”.
È la paura di un cuore che non accetta l’errore, di chi appesantisce i muscoli per alleggerire i pensieri. Di un campione poeta dal fondo malinconico che per molti anni, almeno per una settimana, ha trovato al Foro Italico un posto per dipingere la Monna Lisa. Per sentirsi a casa.