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Oggi capitano degli Usa in Davis, è stato n.1 del mondo. Con il suo rovescio ‘da baseball’ ha vinto 4 Slam e due Insalatiere nell’epoca di Sampras, Agassi, Edberg, Becker... Da batterista dilettante ha suonato con i REM...

di Alessandro Mastroluca

GettyImages 51973408“Il tennis è una guerra”, diceva Jim Courier. “Io gioco per vedere quanto valgo”. Non brillava per eleganza o per stile: a Barry McKay, il numero 1 Usa nel 1960, ricordava Jimmy Connors. E a casa, i genitori a lungo l’han chiamato Jimbo, proprio come quel Jimbo capostipite. Viveva per competere, per superare il limite. Ha vinto quattro Slam, è stato numero 1 del mondo, ha suonato sul palco con i R.E.M. Oggi è un brillante intervistatore e l’apprezzato capitano che ha riportato gli Usa in semifinale di Coppa Davis dopo sei anni.
A tre anni, gli regalano una prima batteria giocattolo. La prima racchetta viene dopo. “Jimbo però non è cresciuto come uno di quei bambini viziati che hanno tutto - raccontava a Sports Illustrated mamma Linda -. Ha dovuto lottare per conquistarsi il suo posto, e questo l’ha reso una persona migliore”.

In accademia con...
GettyImages 1182216Una prozia, Emma Spencer, gestisce il Dreamwold Tennis Club a Sanford. È lì che impara a giocare, e a non masticare chewing-gum durante le partite. È lì che il tennis, racconta ancora sua madre, ha smesso di essere un gioco. “Era bravo, e doveva difendersi dalle chiamate di genitori un po’ troppo coinvolti nelle partite dei loro figli”. È bravo ‘Jimbo 2’, attira l’attenzione di Harry Hopman, che gli permette di allenarsi gratis alla sua accademia, e di Nick Bollettieri. Lui, però, sembra preferirgli un altro dei prospetti sotto la sua ala, Andre Agassi, che pur di farsi notare ricorre ai look colorati, ai capelli lunghi, ai jeans strappati. Courier per anni non perdona a Nick di essersi seduto all’angolo di Agassi nella finale del Roland Garros 1991: tennisticamente erano entrambi “figli suoi”. Nel suo, di angolo, c’è José Higueras che durante una pausa per la pioggia gli consiglia di arretrare un po’ in risposta per poter giocare più profondo. Courier vincerà il suo primo Slam. Trionfa due volte di fila a Parigi. In mezzo, il primo successo all’Australian Open, con tanto di tuffo nelle acque inquinate dello Yarra River. Scena che ripeterà dopo il bis del 1993, anche se con un certo ritardo: dopo la partita ha crampi talmente forti che non riesce a muoversi e teme di annegare.

Meglio il tennis
Di scuola molto americana, servizio con frustata finale e dritto poderoso, aveva un rovescio che ricordava i battitori del baseball, l’altro suo grande amore. Grande tifoso dei Cincinnati Reds, da bambino non gioca nemmeno male. A 12 anni sa che nel tennis è il secondo nella sua classe d’età in Florida e l’ottavo in tutti gli Usa, mentre nel baseball non ci sono le classifiche. La scelta è presto fatta. “Semplicemente pensavo di essere migliore a tennis”, spiegava.

GettyImages 1274298I risultati gli hanno dato ragione. Ha vinto due volte gli Internazionali BNL d’Italia, ha giocato la finale in tutti e quattro gli Slam, impresa riuscita fra gli statunitensi solo a Don Budge e Agassi. Ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 1992 e nel 1995, e perso la finale del 1999, l’unico incontro in cui gli Usa non hanno centrato la vittoria con ‘Jimbo 2’ in campo. Ha chiuso la carriera con 23 titoli in singolare e 13 in doppio, grazie a una forza di volontà assoluta e a un’inestricabile senso di colpa di fronte all’idea di rilassarsi.

Vincere e... perdere
Dietro la maschera dell’uomo che non si rilassa mai, però, c’è l’uomo che adora la nouvelle cuisine francese, i libri e la musica. Un artista che lascia la batteria per la chitarra, e inizia a suonarla con la stessa dedizione con cui diffondeva la stessa nota sui campi di tutto il mondo. “Il tennis - diceva al New York Times - è questione di vincere o perdere una partita. Ma la vita è questione di perdere persone a cui vuoi bene, e può farmi stare molto peggio”. Ha chiesto aiuto a un sacerdote cattolico, padre Joseph Dispenza, di fatto uno psicologo dello sport. È così che ha affrontato ogni periodo della sua vita, sempre cercando di scavare alla ricerca delle ragioni profonde per lottare. E quando è arrivato in vetta, ha detto Brad Gilbert, ha fatto quello che pochi campioni sono disposti a fare. Ha lavorato ancora più duro.