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Lo storico allenatore di Bjorn era stato il primo grande tennista svedese. Tre volte nei “quarti” a Wimbledon, vincitore a Parigi in doppio, incise soprattutto sull’attitudine mentale. E aiutò il campionissimo ad affrontare la popolarità

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

bergelin e borgUn incontro può cambiare la vita. Quella di Bjorn Borg è cambiata quando aveva 15 anni e si è trovato in Davis per la prima volta. Ma quell’incontro avrebbe stravolto il successivo decennio del capitano di quella nazionale, Lennart Bergelin, mentore, secondo padre, organizzatore di quello che si muoverà dietro un fenomeno inedito: la Borg-mania.
Nove volte campione nazionale fra il 1945 e il 1955, Bergelin è il primo tennista svedese di livello internazionale. Ha vinto un solo titolo Slam da giocatore, il Roland Garros 1948 in doppio, in coppia con il ceco Jaroslav Drobny. Vanta però 62 vittorie su 88 in Davis. Il punto più alto resta la finale Interzona del 1950 contro l’Australia. La Svezia perde 3-2, ma i due punti sono suoi. Batte John Bromwich e Frank Sedgman e viene premiato con la Svenska Dagbladet Gold Medal, il riconoscimento per la principale impresa sportiva dell’anno di un atleta svedese. Si ritira nel 1959, inizia a vendere vespe e lambrette ma nel 1971 la Federazione svedese lo chiama per vestire i panni del capitano di Davis. Bergelin accetta, a patto di poter guidare i migliori giovani in giro per il mondo per sei mesi per fare esperienza.

Racchetta troppo pesante
bergelin e Parker wimb 1948Il primo impatto con Borg, raccontano Ulf Roosvalds e Mats Hols nel libro “När vi bäst” (“Quando eravamo i migliori”), non è esattamente memorabile. Quel ragazzino non lo colpisce, alla fine lo convincono a schierarlo anche perché sarebbe un’ottima pubblicità. È proprio Bergelin ad aiutarlo a battere il ventenne neozelandese Onny Parun. Ha perso primo e secondo set, il giovane Borg, quando il capitano si accorge che sta giocando con una racchetta troppo pesante. La cambia e la rimonta può iniziare. Continuerà, Bergelin, a occuparsi dell’incordatura estrema (corde tesissime) del guerriero di ghiaccio, anche durante le partite.
Bergelin ha sempre riconosciuto, però, di non aver scoperto Borg e di non aver avuto alcun ruolo nella definizione del suo stile di gioco. Il merito, per questo, è di Percy Rosberg, che l’ha allenato all’età di 11-12 anni. È Rosberg che gli consiglia di mantenere il rovescio a due mani. Anni dopo, sarà sempre lui a suggerire a Stefan Edberg di abbandonarlo: una decisione che cambierà la storia del tennis.

Temperamento glaciale
Bergelin, capitano della Svezia che grazie ai tre punti di Borg in finale vince la prima Davis di sempre nel 1975, aiuta Bjorn a migliorare il servizio e il gioco di volo, ma soprattutto modella l’approccio mentale del primo giocatore davvero moderno. Il tecnico di Alingsas l’aveva visto la prima volta durante un torneo giovanile. L’occhio per il tennis e il movimento in campo erano già precocemente perfetti, il temperamento però era tutto fuorché glaciale. Il giovane Bjorn, che ha 13 anni, distrugge una racchetta. “Se vai avanti così - gli consiglia Bergelin, che consegna i premi alla cerimonia conclusiva - resterai senza”.
Insieme, nel 1976, si rintanano allo Swiss College, nel nord di Londra, e consumano i campi del Cumberland Club nei dieci giorni prima di Wimbledon (dove Lennart da giovane aveva raggiunto per tre volte i quarti di finale). Bergelin porta degli sparring partner, ma è soprattutto lui a scambiare. L’allenamento provoca a Borg un indurimento dei muscoli addominali ma lo proietta al primo titolo ai Championships. Quella routine non cambierà mai, per tutta la sua carriera.
Bergelin, morto di infarto nel novembre 2008, ha sempre avuto il pregio dell’onestà. Quando qualcosa non andava, lo ha sempre detto chiaramente, anche nella maniera più ruvida. Ma non con certi eccessi che si vedono nel film “Borg-McEnroe”, ha detto la vedova Marie Rose. Resta, quello fra Borg e Bergelin, uno degli incontri più influenti nella storia del gioco.