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L’impresa di Gred Rusedski, nato canadese e inglese per scelta, regalò al popolo british una finale agli Us Open nel 1997, a pochi giorni dalla tragica scomparsa della principessa Diana. Giocò con un nastro nero sul petto

di Alessandro Mastroluca – Foto Getty Images

rusedsky 1 bis“Il protocollo è qui per indicarci quello che si può fare e soprattutto quello che non si può fare”. È il personaggio di Lord Andrew Lindsay che parla, per rafforzare lo spirito della Corona britannica in 'Momenti di gloria'. Il produttore esecutivo di quel film del 1981 è Dodi Al Fayed che con il protocollo si scontrerà. La love story multirazziale con Lady Diana, l'erede al trono, non è destinata all'happy ending. Ma nemmeno alla tragedia, improvvisa, fredda come un taglio di luna sotto il tunnel de l'Alma a Parigi nell'agosto 1997. È una storia d'amore che avrebbe acceso la retorica populista dell'UKIP se fosse esistito allora.
Proprio in quegli stessi giorni, poi, il popolo che piange la principessa scomparsa come una candela consumata nel vento, abbraccia un canadese diventato da due anni suddito di Sua Maestà che sta conquistando New York. Vuole essere parte del “middle town blues”, Greg Rusedski, che nei 14 Slam giocati fino a quell'estate non ha mai superato gli ottavi. A New York non ha vinto nemmeno una partita ma festeggia i 24 anni con un posto nella storia: è il primo britannico in semifinale allo Us Open dal 1961 quando Mike Sangster perse contro Rod Laver.

rusedsky 2Tifoso dell'Arsenal
E poco importa che sia cresciuto a Montreal, che abbia giocato per il Canada fino al 1995 e che lì abbia centrato la prima vittoria Atp nel 1992. Un anno dopo conquista il primo titolo, a Newport, e chiude per la prima volta una stagione tra i Top 50. Ha iniziato a giocare grazie a suo padre, un dirigente delle ferrovie di origine ucraina. Insieme a sua madre, un'insegnante di liceo, applicano una seconda ipoteca sulla casa per sovvenzionare la sua carriera. Tifoso dell'Arsenal, vive in Gran Bretagna da sette anni quando ne assume la cittadinanza.
Nell'estate del 1996 il suo agente, John Mayotte, fratello di Tim, chiama l'amico Brad Gilbert. Ha bisogno di un consiglio, cerca un nuovo coach per Rusedski. Gilbert lo indirizza verso Brian Teacher, nomen omen. I due si incontrano al torneo di St.Poelten, Teacher lo aiuta a migliorare la risposta, i colpi a rimbalzo e l'atteggiamento mentale. Gli fa fare esercizi di yoga e allungamenti per la flessibilità. La coppia funziona. In quell'estate del 1997, Rusedski perde contro Pioline nei quarti a Wimbledon. “Ma stavo bene - ricorderà anni dopo - stavo raggiungendo il picco di forma al momento giusto”.

La finale a New York
A New York non perde un set fino alla semifinale. Batte David Wheaton, Marcos Ondruska, Jens Knippschild, Daniel Vacek e Richard Krajicek. Alla vigilia del Super Saturday, si fa curare una laringite da Gwen Korovin, il medico personale di Pavarotti. Gioca con un nastro nero per la morte di Lady D ma batte al quinto Jonas Bjorkman. È il primo britannico in finale a New York dopo Fred Perry nel 1934. Contro Patrick Rafter è la prima finale nel nuovo Arthur Ashe Stadium, lo stadio di tennis più grande del mondo. “Ho perso i primi due set 6-3 6-2, ho vinto il terzo 6-4 ma dopo la battaglia con Bjorkman mi sono mancate le energie e al quarto mi sono arreso 7-5. Un giorno di riposo in più mi avrebbe fatto bene”, ammetterà. Non arriverà mai più al quarto turno di uno Slam, ma sarà l'unico non nato nell'isola ad essere premiato come sportivo dell'anno dalla BBC. “Avrei voluto uno Slam - dirà - ma non ci penso”. La vita va avanti e le persone più felici sono quelle che guardano al futuro”.