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“Basta con la mentalità a breve termine, basta con la ricerca del risultato nelle categorie giovanili, bisogna cambiare radicalmente modo di pensare”. Parola del direttore dell’I.S.F. “R. Lombardi” Michelangelo Dell’Edera

di Alessandro Nizegorodcew

foto delledera 1Il tennis (femminile) non è più uno sport per giovani. L’età media delle prime 100 giocatrici del mondo si è innalzata ben oltre i 26 anni ed emergere, a causa della distribuzione dei punti e non solo, è diventato molto complicato. La prima under 21 nel ranking Wta è Daria Kasatkina, recente vincitrice nel Wta di Charleston che si è issata sino al numero 29 ma, nel complesso, la “Next Gen” femminile vede solamente 12 ragazze nella Top 100. Solo 10 stagioni fa, nell’aprile del 2007, le under 21 ai piani alti erano ben 31. Abbiamo parlato con Michelangelo Dell’Edera, direttore dell’Istituto Superiore di Formazione Roberto Lombardi, delle ragioni di tale inversione di tendenza, analizzando la nuova interessante proposta dell’Itf, che vorrebbe inserire un “Transition Tour” pensato per la Next Gen così da inserire i giovani gradualmente nel circuito, parallelamente all’abbattimento del numero di professionisti.

Perché nel circuito Wta è diventato così difficile emergere?
“L’età media si è innalzata a causa di una distribuzione dei punti che non va a premiare chi è in ascesa, ma aiuta chi è già presente ai piani alti. Vi è una spaccatura sempre più marcata ed entrare tra le Top 100 è divenuto difficilissimo”.

Pensa che le novità proposte dall’Itf possano rappresentare una svolta?
“Il concetto di base è molto importante. Bisogna proteggere le nuove generazioni, che in questo momento hanno davvero poco spazio per emergere. L’Itf sta pensando di inserire un circuito pensato per la NextGen, sia per il maschile che per il femminile, che consenta ai ragazzi più promettenti una transizione meno traumatica verso il mondo del professionismo, riducendo a circa 750 il numero dei giocatori. Il problema non è infatti relativo solamente alle Top 100, ma anche alle prime 200-300, la cui età media è realmente troppo alta”.

In altri paesi alcune ragazze arrivano prestissimo nel mondo del professionismo. Alcune riescono ad emergere, altre finiscono per arenarsi o addirittura bruciarsi...
“Ho chiesto recentemente a un tecnico russo come facessero a ottenere determinati risultati in età precoce e mi ha spiegato che a 14 anni le ragazze o si sposano o vanno a lavorare oppure devono raggiungere risultati sportivi di alto livello così da poter essere aiutate e supportate. Vengono allenate per vincere subito e tutto si basa sulla specializzazione precoce. Le nostre ragazze arrivano notoriamente più tardi, intorno ai 23-25 anni, ma rimangono a quel livello per 7-10 stagioni perché alla base ci sono concetti di completezza tecnica, tattica, fisica e mentale”.

E arrivare troppo in alto troppo presto può essere controproducente, come hanno dimostrato Eugenie Biuchard e Belinda Bencic.
“La vita nel circuito è logorante, bisogna essere davvero pronti per reggere la pressione. Roberta Vinci fu convocata al centro tecnico nazionale all’età di 13 anni e ha iniziato quella che potremmo definire ‘carriera’ molto presto. A 18 anni voleva smettere, poi ancora a 22 aveva pensato al ritiro e quando le chiedevo il perché mi rispondeva che era sempre lontana dalla famiglia, dagli amici; mi raccontava che le avevano negato l’infanzia. Questo per dire che il nostro processo culturale è diverso rispetto a quello di altri paesi, come le nazioni dell’Est Europa”.

foto delledera 2Perché facciamo così fatica a maturare?
“La teoria vuole che in Italia non si riescano a esprimere con continuità all’interno della stessa disciplina veri e propri campioni negli sport individuali. Nel tennis, come nel ciclismo o negli sport invernali, è sempre stato così. Nel nostro paese la famiglia ha un ruolo centrale e tutti i problemi vengono affrontati in maniera coesa e unita. E così gli italiani hanno una migliore predisposizione per gli sport di squadra, perché la struttura della nostra società ci porta a maturare in ritardo rispetto ad altri di paesi e culture diverse. Non è un caso che i risultati di alto livello delle nostre ragazze siano giunti tutti dopo la conquista di numerose Fed Cup”.

In Italia però si guarda sempre all’estero come a un esempio...
“In Italia siamo molto esterofili. Sembra che tutto ciò che viene da fuori sia bello, mentre nulla di ciò che facciamo sia da valorizzare. Nick Bollettieri mi ripete sempre: ‘Ma come è possibile che quando parlo con un coach italiano mi vada a elencare tutti i punti deboli del suo allievo e mai le qualità?’. Credo che in effetti ci sia troppa negatività sulle nostre ragazze, come ad esempio Paolini e Trevisan. Hanno qualità importanti e riusciranno, con i loro tempi, a raggiungere risultati importanti. Pensare di poter rivedere una finale Slam tutta italiana è quasi impossibile, ma penso che il futuro sia roseo. Possono anche essere stati fatti degli errori, ma piangersi addosso in questo momento a cosa servirebbe? Cerchiamo tutti di rimboccarci le maniche e di lavorare con qualità e passione. Tornando all’estero, vi sono alcuni esempi cui ispirarsi”.

Quali?
“Ho seguito indirettamente il lavoro e la crescita di Kristina Mladenovic, classe 1993 e coetanea della nostra Martina Trevisan. ‘Kiki’ ha seguito un percorso con la federazione francese, nostro punto di riferimento sotto tutti i punti di vista, che le ha permesso di emergere con i tempi e nei modi giusti, senza particolari lacune. Stiamo cercando di portare avanti un progetto simile con la nostra Federica Rossi, il cui coach (Fausto Scolari, ndr), come l’allenatore della Mladenovic, è stato assunto dalla Fit”.

L’importante quindi è crescere con qualità e senza fretta?
“Bisogna imparare a giocare per divertirsi e, successivamente, imparare ad allenarsi. Da quel momento vi sono altri due step fondamentali: allenarsi per competere e allenarsi per vincere. Dai 10 ai 16 anni non bisogna assolutamente specializzare i ragazzi, per cui è molto più importante crescere e formarsi dal punto di vista tecnico, tattico, fisico e mentale, piuttosto che vincere. Se vincono giocando nella maniera giusta, cercando un tennis proattivo e il più possibile completo, è ovviamente molto positivo. Flavia Pennetta e Roberta Vinci fino a 15-16 anni hanno sempre lavorato ricercando una grande completezza tecnica e nel professionismo questa scelta ha pagato”.

Quali sono i concetti cardine della nuova mentalità federale?
“Il lavoro di team sopra ogni cosa. I nostri tecnici, tranne in determinati casi specifici, non devono allenare direttamente i ragazzi, ma devono diventare i coach dei loro coach. Deve esserci sinergia, apertura mentale, un confronto continuo senza alcun tipo di gelosia. La vittoria della Schiavone al Roland Garros 2010 è stato il primo successo di squadra del sistema Italia: Francesca in quel periodo si allenava a Tirrenia ed è stata supportata a Parigi sia da Corrado Barazzutti, capitano di Fed Cup, sia da Renzo Furlan, all’epoca direttore del Centro Tecnico Federale. Abbiamo fatti passi da gigante in questi ultimi anni e la mentalità di tutti gli addetti ai lavori sta cambiando. Grazie a ciò abbiamo aumentato il numero delle scuole tennis in Italia da 1200 a 2000 e dato un segnale forte alla crescita dei vivai. Basta con la mentalità a breve termine, basta con la ricerca del risultato nelle categorie giovanili, bisogna cambiare radicalmente modo di pensare. In passato sono stati commessi molti errori da questo punto di vista, ma da 5-6 anni è stato fatto un grande salto di qualità”.

Le critiche al movimento, in questa fase di mancato ricambio generazionale, sono all’ordine del giorno.
“È normale e comprensibile sia così. Inutile nascondersi dietro a un dito, fino a 5-6 anni fa i concetti erano diversi e adesso ci vorrà un po’ di pazienza per raggiungere determinati risultati. Ma siamo convintissimi del lavoro che stiamo portando avanti”.

I risultati sino a 16 anni non devono essere la priorità. Gli Itf under 18 che indicazioni possono o devono dare?
“A livello under 18 si sta già muovendo qualcosa: rispetto a 6-7 anni fa abbiamo 50 ragazzi e 30 ragazze nella classifica Itf. Significa che il livello di gioco si sta alzando e il nostro compito è quello di non perdere nessun talento per strada. Non possiamo permetterci di far scomparire altre generazioni come accaduto in passato”.

Si parla tanto dell’aspetto mentale. Come si sta lavorando nel concreto?
“La FIT ha investito moltissimo nell’area mentale grazie al grande lavoro con il professor Antonio Daino e il suo staff e a un contratto di consulenza con Lorenzo Beltrame, già nel team di campioni quali Pete Sampras e Jim Courier. Nel complesso è da circa 4 anni che abbiamo esponenzialmente aumentato questo tipo lavoro, partendo sin dai ragazzi della categoria under 12”.

Altro aspetto fondamentale ormai è l’alimentazione...
“L’educazione alimentare è affidata a Michelangelo Giampietro, vero e proprio luminare in materia che ha seguito e segue tuttora molti olimpionici. Bisogna insegnare ad atleti che girano 30-35 settimane all’anno come alimentarsi, custodendo nel migliore dei modi concetti fondamentali. Un’altra problematica della nostra società riguarda la preparazione fisica: abbiamo stretto delle convenzioni con facoltà universitarie di scienze motorie e abbiamo inserito l’obbligo, per le scuole tennis, di munirsi di un preparatore fisico. Insomma, non possiamo fare miracoli, ma con il lavoro e la programmazione si potrà tornare, anche nel tennis femminile, a toglierci belle soddisfazioni”.